The American Apparel crack

No, non parliamo di droga, gente.

Parliamo di economia.

Wooawooh.

Non vi preoccupate, ha sempre a che fare con tette, culi, e quel mondo lì, quello che a voi piace tanto.

Uno non fa in tempo a farsi tre settimane di surf sulle coste del pacifico, che quando torna scopre che sono successe un sacco di cose, tipo che American Apparel sta andando a gambe all’aria.

Già, perchè pare che, mentre l’istrionico titolare mostrava la propria biancheria intima alle sue dipendenti – producendo, nel frattempo, abiti di dubbia qualità proudly made in America, sulle coste della sunny California, da meno proud operai sottopagati di origine sud-americana – la sua azienda stesse accumulando debiti su debiti.

E tutto questo ci dispiace moltissimo:

un po’ perchè sotto sotto, anche noi siamo dei consumatori di American Apparel;

un po’ perchè, in caso di chiusura, non scopriremo mai più quali traguardi avrebbe raggiunto lo sdoganamento del soft-core in ambito pubblicitario;

un po’ perchè centinaia di ragazzi omosessuali non avranno più un lavoro come commessi, in giro per il mondo;

ma, soprattutto, perchè temiamo che questa dipartita possa comportare un pesante ridimensionamento di una certa editoria “indipendente”, di cui American Apparel era tra i principali finanziatori.

Manca solo che chiuda il Bread and Butter, e finisce che  noi, la prossima stagione, non abbiamo più nessuno da prendere per il culo.

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