Civilization

Quando si parla di civiltà si parla della capacità di essere parte di una comunità, di pensare che la propria vita, in dati contesti urbani, si svolge, è relazionata ed irrimediabilmente interdipendente, a quella di altre persone.

E l’esistenza di questa capacità è dimostrata dalla compartecipazione di tante piccole attenzioni, tanti piccoli gesti che, tutti sommati, denotano la presenza – nell’animo della persona civile – della coscienza di questa inevitabile correlazione.

Non è dunque il singolo episodio a dimostrare l’inciviltà di una persona o di una cittadinanza.

E’ la sistematica incapacità di pensare che ogni gesto che si compie, anche il più piccolo, assume rilevanza in un contesto sociale, a farlo.

E’ il non fermarsi di colpo in mezzo alla strada, ad un marciapiede, all’ingresso di un vagone della metropolitana; è il non parcheggiare la propria automobile dove dovrebbe poter camminare qualcun altro, magari poter transitare con un passeggino, con una carrozzina; è l’evitare di scrivere sui muri, di occupare i marciapiedi con le verande dei propri locali, di sporcare ingiustificatamente le strade; è l’attenzione a non urtare nessuno con il proprio ombrello, non schizzarlo con la propria automobile, non urlare in tarda notte per la strada. E’ tutto questo a dimostrare il contrario.

In questo senso, è anche – e purtroppo per qualcuno – prestare attenzione a che non stia sopraggiungendo nessuno quando si apre lo sportello della propria vettura.

Certo poi ci sono i motivi e le esigenze contingenti, ci sono gli errori, c’è la vita vera, di ogni giorno.

Ma come detto, è l’animus ad essere indicativo: è il fare una cosa senza pensare agli effetti che questa avrà sull’ambiente circostante, perché di questi effetti non si ha la benché minima percezione.

I benefici che gli esseri umani possono trarre dall’esperienza di vivere assieme gli uni con gli altri sono davvero straordinari. L’inarrestabile processo di urbanizzazione che è in atto in tutto il mondo da oramai qualche secolo, lo dimostra ampiamente.

Le persone traggono un vantaggio dall’agglomerarsi, dal vivere a stretto contatto.

Così facendo sono in grado di avere maggiori opportunità di scambio, possono creare vicendevoli occasioni di lavoro, possono conoscere di più e più velocemente.

Tutto ciò rende irresistibilmente attraente la vita in comunità.

Ma questi vantaggi sono in grado di essere irrimediabilmente corrotti se chi fa parte di questa collettività non è in grado di comprendere che, a fronte di questi vantaggi, è necessario concedere qualcosa gli uni agli altri.

Tutti questi vantaggi se ne vanno a quel paese se non si riesce a fare propria, ad avere sempre presente, l’idea che, per goderne, è necessario sacrificare un pochino del proprio io, ed è necessario farlo anche se questa cosa, a volte, ci dà un casino di fastidio.

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