Nel nome del popolo italiano

Ciò che questa crisi economica sta facendo prepotentemente emergere, a parere di chi scrive, è un dato fondamentale per lo sviluppo della civiltà occidentale: l’esigenza di apporre dei correttivi al sistema democratico così come oggi è concepito.

In poche parole: l’attuale crisi del debito è dovuta ad una degenerazione del costo degli interessi sul debito stesso. Il debito non dovrebbe esistere. Un governo, un ente, una società, dovrebbe avere un attivo e con quello investire, fornire servizi, eccetera. Proprio come per un’azienda privata, può darsi sia utile avere una sorta di fido, delle linee di credito che permettano di compiere determinate attività in mancanza di liquidità ma nella consapevolezza che l’assenza di denaro dipende unicamente da temporanei flussi di cassa. Ora non ho soldi, ma mi servono e so che di qui ad un tempo x li avrò per restituirli a chi mi permette, prestandomeli, di svolgere determinate attività utili al funzionamento dell’impresa – o del sistema paese.

Che succede ad un tratto? Succede che la classe politica, al fine – più o meno diretto, mediato o immediato – di creare consenso, comincia a spendere (o a promettere di farlo) per importi maggiori di quanto non possa prevedere di sostenere. Lo fa continuando a garantire determinate forme di tutela, o fornendo contributi, denaro, privilegi, a: lavoratori, pensionati, dipendenti pubblici, lobby a vario titolo individuabili, ordini professionali, classi dirigenti, al proprio elettorato di riferimento.

La politica smette di operare per il fine ultimo ed opera unicamente per assecondare le esigenze contingenti dei propri elettori.

Il popolo smette di tutelare i propri interessi generali e dà rappresentanza unicamente a chi è in grado di tutelare gli interessi particolari delle frazioni che lo compongono.

Apparentemente è una scelta legittima, di per sé i vari componenti della classe elettorale dovrebbero dare rappresentanza a soggetti che andranno a bilanciarsi gli uni con gli altri nella loro funzione di portatori di interessi specifici.

Tuttavia, questo equilibrio svanisce lentamente – o mai si forma – con il progressivo consolidarsi di posizioni tipizzate, per così dire, le quali in una sorta di ricatto, garantiscono voti unicamente a fronte di concessioni (in senso lato, nei termini prima brevemente descritti).

L’Italia è un Paese formato prevalentemente da persone adulte, in particolare di mezza età, in particolare anziane. Si tratta di generazioni che, proprio nell’ottica sopra descritta, hanno – sino ad ora – chiesto ed ottenuto dalla classe politica determinate garanzie e vantaggi. Oggi rappresentano la maggioranza. Non vi è spazio per un bilanciamento di interessi, in un ottica meramente rappresentativa, con le esigenza di chi abbia un’età compresa entro i 30 anni. Non vi è spazio perché il peso elettorale di questa fascia di popolazione non è in grado di influenzare a tal punto, quella politica del consenso sopra descritta, di modo che si decida di promuovere politiche che vadano a ledere gli interessi della maggioranza anziana in favore della minoranza giovane. Come un’insaziabile bulimico, il popolo italiano, per anni ha chiesto ancora ed ancora. Ha chiesto più tutele, più sovvenzioni, più pensioni anticipate, più agevolazioni, più chiusura del mercato, più denaro, più servizi. E la classe politica, come un cortigiano asservito ha detto tieni.

Essere impopolari oggi è l’unica via per salvare la situazione esistente.

La classe politica greca, che propone un referendum sull’adesione agli accordi di ristrutturazione del debito, così come raggiunti in sede europea, è la palese dimostrazione della fallacia del sistema democratico oggi funzionante. Quello stesso popolo greco formato da dipendenti pubblici che in anni passati è giunto a percepire 15 mensilità in un anno solare (quindici!), quello stesso popolo greco formato da individui la cui età pensionabile media è stata per anni individuabile nella soglia dei 61 anni (in Germani, l’età minima è di 65 anni), quello stesso popolo che ha sostenuto rappresentanti  che hanno posto in essere politiche economiche evidentemente inefficienti, è oggi chiamato a dire se voglia o meno sostenere dei durissimi sacrifici per raddrizzare le sorti del paese che esso stesso costituisce. Anzi, non è lo stesso popolo: è un popolo composto dalle persone che ne hanno beneficiato oggi con prospettive di vita sensibilmente diminuite, poiché invecchiate nel frattempo, e da giovani che di quei vantaggi non hanno mai usufruito e che però dovrebbero sopportarne il costo. Quale sarà mai la scelta che i greci potrebbero esprimere?

Antonio Di Pietro ha fatto sapere che un eventuale governo tecnico non avrà il supporto del suo partito. L’Idv voterà unicamente gli eventuali provvedimenti che dovesse di volta in volta ritenere condivisibili. In questi termini, in particolare, si è espresso l’ex magistrato sull’ipotesi di un governo di emergenza nazionale: «Si paventa un governo che risponde al sistema bancario, al sistema finanziario e addirittura a quello della speculazione. Non è il sistema degli interessi dei cittadini italiani che non sono fatti dalle banche. Bisogna distinguere la realtà dalla disinformazione che è ormai in mano al sistema bancario e finanziario».

Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica, ieri sera ospite alla trasmissione di Lilly Gruber, Otto e mezzo, ha espresso in maniera formidabile le sue opinioni in merito alla attuale crisi e alle sole possibili soluzioni. La cosa fenomenale è che il contenuto delle sue affermazioni aveva il tono della più liberale delle reprimende, un altro pianeta rispetto alle considerazioni di bassa levatura che oggi sono proprie dei nostri rappresentanti politici. Si trattava di considerazioni assolutamente condivisibili e che sono le stesse che vengono espresse dalla classe dirigente di tutti i paesi dell’economia occidentale, allorquando si interessano delle nostre sorti – ed, in questo periodo, lo stanno facendo con molta attenzione.

Bisogna effettuare delle riforme. Riformare significa cambiare, cambiare l’attuale stato delle cose. Attuale stato delle cose che, evidentemente, non è efficiente, non garantisce una corretta ripartizione delle risorse, non garantisce sviluppo, non permette ad una importante quantità di persone di avere certezze circa il proprio futuro economico ed assistenziale. Cambiare significa incidere anche sui propri diretti interessi, comprimendoli in parte, mettendo a disposizione le proprie risorse per la creazione di un sistema che funzioni meglio.

Di Pietro si è detto contro la macelleria sociale, è stato riportato a Scalfari. E’ come dirsi contrari ai gangster, ha risposto lui.

Dire oggi, come fa Di Pietro, che un governo tecnico rappresenterebbe una scelta al soldo delle banche, dire oggi di dover tutelare le classi che lui definisce “più deboli” è dire oggi: noi non vogliamo assumerci la responsabilità di cambiare le cose. Certamente, ci sono le inefficienze, ci sono numerosi provvedimenti che possono essere assunti così da poter rinvenire risorse necessarie a risanare i bilanci da altro che non sia (direttamente, si badi solo direttamente) la maggioranza della popolazione. Ma il punto è che è proprio questa maggioranza ad aver causato involontariamente ed in gran parte il dissesto cui oggi assistiamo.

Ecco perché serve un governo tecnico: serve qualcuno che di mestiere non faccia il politico e la cui ambizione non sia essere ri-eletto o rappresentare l’interesse specifico di qualcun altro.

Serve qualcuno che metta mano alle pensioni, al mercato del lavoro, qualcuno che privatizzi, smobiliti, cambi le cose, qualcuno che dica: tu hai preso troppo, ora devi dare.

E a farlo non può certamente essere qualcuno scelto dal popolo: perché il popolo ha dato sino ad ora prova di non essere in grado di individuare figure realmente in grado di pensare al bene della collettività, al suo bene.

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