Consigli (fuori luogo) per gli acquisti

Se avete avuto modo di sfogliare qualche rivista, in questo periodo, avrete certamente avuto l’occasione di osservare con i vostri occhi il completo scollamento che il mondo del marketing – in campo editoriale –  sembra mostrare, ultimamente, rispetto al paese reale.

Complici le festività imminenti, infatti, le proposte per gli acquisti che i magazine suggeriscono ai propri lettori  stanno assumendo – in questo preciso contesto storico-sociale – dei tratti tragi-comici.

Tralasciando la massiccia presenza di publi-editoriali (come vengono definiti) – ovvero di quegli articoli/reportage costruiti ad hoc per pubblicizzare un dato prodotto, solitamente capi d’abbigliamento di un dato sponsor – e proposti un po’ subdolamente alla stregua di veri articoli, davvero sconcertanti sono i suggerimenti in tema di moda ed accessori.

Recentemente, su di un mensile per il pubblico maschile, tra i vari consigli per un perfetto outfit natalizio abbiamo avuto modo di scorgere, tra le altre, un ferma banconote in argento (prezzo su richiesta), un cellulare Vertu (prezzo tra i 5.000 e i 10.000 Euro a seconda delle versioni) ed un maglioncino con collo di pelliccia (prezzo 500 Euro circa).

Premesso che la rivista in questione non punta specificamente ad un target di livello così alto da considerare irrisorie cifre come quelle indicate, non possiamo fare a meno di domandarci quanti tra i suoi lettori possano permettersi un cellulare da 5.000 Euro?

Ora, non ne facciamo necessariamente una colpa a chi il giornale lo confeziona e a chi cerca di barcamenarsi tra l’esigenza di vendere un prodotto ad un prezzo concorrenziale e quella di garantire una certa qualità dello stesso, sia dal punto di vista strettamente editoriale (materiali, impaginazione, ecc.), sia nei contenuti, necessitando, dunque, di determinati introiti pubblicitari.

L’impressione, tuttavia, è di avere a che fare con qualcosa di troppo. L’impressione è quella di parlare con un amico che si è rincoglionito e che a corrente alterna introduca discussioni su questioni assolutamente concrete ed interessanti e, da un momento all’altro, si trasformi in un piccolo Briatore wannabe, come in preda ad un disturbo bipolare della personalità.

L’impressione è che a perdere, in definitiva, sia proprio chi preme perché al pubblico siano offerti contenuti di questo tipo – in altre parole gli sponsor stessi – con l’innesco di un circolo vizioso che potrebbe (potrà) danneggiare, in ultima battuta, proprio gli editori e chi il giornale si piega a realizzarlo secondo i dettami del “finanziatore” di turno.

Una pagina ogni due di pubblicità alla Rolex non mi convincerà a spendere 15.000 euro per un Daytona in oro rosa. Mi farà soltanto pensare che chi li spende non ha di meglio da fare nella vita, che alla Rolex non hanno capito un tubo di cosa sta succedendo fuori dalla porta della loro fabbrica e che chi ha deciso di mettere quelle pubblicità nel suo giornale, nella migliore delle ipotesi, non capisce nulla di cosa sta dicendo e offrendo al suo pubblico.

Chiunque intende commercializzare prodotti riservati a nicchie di super abbienti provi a considerare l’ipotesi di proporre un’immagine differente. Sponsorizzi opere benefiche, umanitarie, dia prova di essere un’azienda condotta da persone in grado di comprendere il momento di difficoltà in cui stiamo vivendo. E di questo dia visibilità nelle proprie campagne pubblicitarie!

Quanto ai giornali e ai loro direttori, facciano attenzione. Il sentimento di nausea di cui parliamo è comune a molti lettori. Continuare su questa strada non sarà proficuo, né per chi i giornali li confeziona né per chi intende farsi pubblicità sugli stessi.

In un mondo ad informazione quasi perfetta, come il nostro, chiunque dimostri agilità di pensiero, spirito d’innovazione, umiltà nel riconoscere un’esigenza di cambiamento, è sempre e certamente premiato.

9 thoughts on “Consigli (fuori luogo) per gli acquisti

  1. I feel your pain, ragazzi.
    Ed è triste notare come questa -come vogliamo chiamarla?- ciecità (per non dire “testa nel culo”, se mi passate l’espressione) verso la situazione reale “qua fuori” non sia limitata solamente agli sciagurati editori di magazines…
    Basti pensare alla tragedia che è trenitalia (con la minuscola, tiè): occhei, avete voluto togliere di mezzo quei carri bestiame che erano i treni notte, lasciando sul lastrico 800 poveri cristi con relativa famiglia a carico. Ma che non ci si prenda per il culo spacciando questa operazione di marketing puro come una naturale e indispensabile cesura di rami secchi… “Non c’erano sufficienti prenotazioni”… Si, le banane.
    Mi piacerebbe davvero chiedere ai vertici di queste società PER CHI pensano i loro servizi. A CHI sono indirizzati. Perchè non mi sembra che un italiano medio abbia tutta questa voglia di sputtanarsi 90eurosolaandata per un viaggio in treno di 8 ore, in condizioni di poco migliori rispetto al sopraccitato carro bestiame. E chi i soldi ce li ha, magari prende l’aereo.
    Scusate il pistolotto fuori luogo, ma sono appunto reduce da plurime ore in compagnia di trenitalia… Avevo proprio bisogno di stronzeggiare.

  2. Caro NWTF, questo tuo articolo mi sorprende molto, perché da lettore attento alla comunicazione quale tu sembri essere, dovresti sapere che ciò che viene pubblicizzato sulle riviste, in larga parte, è DI PROPOSITO qualcosa che NON puoi permetterti.
    La rivista di cui parli non è la sola: la maggior parte delle riviste femminili, ad esempio, pubblicizzano capi di abbigliamento dai costi palesemente fuori dalla portata del portafogli del proprio target.

    Sono tutti rincoglioniti o forse un motivo c’è?
    Può essere che il motivo sia farti sentire inadeguato, in basso, inferiore “rispetto a”? Fornirti uno status symbol, qualcosa a cui mirare così, mentre vedi la pubblicità del Rolex o della Ferrari che non potrai mai permetterti, ti affanni per tutta la vita a costruirti intorno una appannata imitazione di quel desiderio acquistando 10.000 altre cose?

    Il marketing pubblicitario si basa su quello che “potresti” essere, non su quello che “puoi” essere. Si vendono sogni, non cose.

    Tu vedi la pubblicità del Rolex e pensi “mi convincerà a spendere 15.000 euro per un Daytona in oro rosa. Mi farà soltanto pensare che chi li spende non ha di meglio da fare nella vita”

    e buon per te.

    Ma la maggior parte delle persone verrà agganciata da quei tanti desideri impossibili che, ahinoi, sono l’anima del commercio.

    Saluti

  3. Gabri, mi sfugge il succo: la tua tesi è: sono proposti mille status symbol perchè ciò mette il consumatore nella condizione 1- di anelarli e fare di tutto per averne il possesso prima o poi 2- influire in misura indiretta sull’acquisto di prodotti più economici ma altri ma che in qualche maniera si rifanno agli stessi status symbol?
    Corretto?
    Mi pare una lettura un po’ contorta ed al limite del complottismo. Se Rolex paga 10, 100, 1000 euro per della pubblicità, è perchè vuole vendere, subito, più orologi possibile. E li può vendere a chi se li può permettere. Il giornale vende spazi a chi li compra, non ordisce strategie di marketing subliminale volte a favorire la vendita di alcuni prodotti fra i tanti pubblicizzati, facendo sognare una Ferrari per poi vendere una Mini.
    Francamente mi sembra solo fuffa.
    Per parte di chi scrive – consumatore come chiunque altro – il messaggio non arriva né in un senso né nell’altro ed il risultato è soltanto quello di deterirora l’immagine di marchi pubblicizzati e giornale.

  4. Scusami, l’hai detto tu che le riviste di cui si parlava pubblicizzano prodotti palesemente fuori dalla portata del proprio target.
    Secondo te la tua spiegazione “sono pazzi” è più corretta solo perché più semplice, secondo l’antico detto?
    Secondo te è un caso che su Vanity Fair ci sia la pubblicità di borse da 10.000 euro e, subito dopo, un articolo su come imitare lo style – fra l’altro – di quelle borse?

    Ah.

  5. Se invece vuoi vederla dalla parte dei marchi: secondo te Rolex compra pubblicità su Vanity Fair, sapendo che il target di Vanity Fair non può permettersi i Rolex, per quale motivo? Perché quelli che lavorano vogliono buttare via i soldi, o forse perché il Rolex appare ancor più affascinante e desiderabile a chi non può permetterselo?

    Il desiderio dell’impossibile è alla base del marketing e della pubblicità.
    Cosa se ne fa la Rolex di fare pubblicità su riviste per gente che se li PUO’ permettere? Quale consumatore ha bisogno della pubblicità del Rolex? Chiunque conosce il Rolex, la sua qualità e la sua storia.
    Sei certo che la Rolex faccia pubblicità perché vuole “vendere e subito”?
    O è forse meglio costruirsi una generazione di giovani e meno giovani che da grandi e da maturi si indebiteranno per avere il Rolex perché è 20 anni che lo vedono su Vanity Fair e su For Men?
    Chieditelo.

  6. E per dirla nel modo più sintetico possibile: la pubblicità esiste per CREARE bisogni, quindi soddisfarli.
    Se le aziende dovessero basarsi sui desideri già esistenti nell’uomo, o del target di riferimento di Vanity Fair, senza crearne di nuovi, il 99% dei prodotti oggi sul mercato si venderebbe.

    saluti

  7. Bella Gabri!
    Può darsi tu abbia ragione, ma ti invito a riflettere su alcuni punti:
    1- non necessariamente chi ricopre ruoli apicali in un qualsiasi settore di una qualsiasi azienda (marketing compreso) compie scelte perfettamente razionali. Non sottovalutare la possibilità che chi ricoprire quei ruoli sia semplicemente incompetente o comunque non adatto OGGI a svolgere il ruolo che gli è stato assegnato.
    2- il prezzo di una pagina pubblicitaria, per un marchio come rolex, su di un giornale come vanity fair (o su di un qualsiasi altro magazine “popolare”) è di gran lunga inferiore a quanto tu possa immaginare (i.e.: avere rolex – così come altri marchi particolarmente noti – sulle proprie pagine serve a venderne altre a marchi meno conosciuti ma disposti ad investire maggiormente sulla propria immagine e ad essere associti ai primi).
    3- certamente ci sono delle strategie di lungo periodo, ma tu credi che chi si occupa di marketing per (continuiamo con l’esempio) rolex nel 2012 si preoccupi realmente del destino della propria azienda o di quanto questo possa fatturare di qui a vent’anni? Non ho mai sentito di incentivi legati alla produttività con prospettive di così lungo periodo.
    La verità è che chi compra pagine pubblicitarie in aziende del genere compie un ragionamento di livello molto più basso: fissato un punto di riferimento verso il basso (giornali ai quali NON associare la propria immagine) si batte a tappeto tutto quello che offre il mercato a prezzi competitivi. E’ un ragionamento molto più grezzo: mi rivolgo a 100 perchè tra quei 100, 10 che comprano ci sono.
    IMHO ovviamente.

  8. Il criterio è un altro.
    Vanity Fair, etc., sono certo riviste rivolte ad un target non troppo alto. Forse chi legge non può comprare un Rolex, ma impara che chi può permetterselo si distingue dagli altri.
    Ecco creato uno status symbol. Chi avrà il denaro comprerà un Rolex. Il fatto che l’orologio possa essere oggetto di invidia o ammirazione ne misura il valore.
    Per certi prodotti, inoltre, come gli orologi, è molto vivo il mercato dell’usato, che non danneggia ma avvantaggia il produttore! E’ noto ad esempio che un rolex è in parte vezzo in parte investimento, perché mantiene bene il valore nel tempo a differenza di altri oroglogi. La stessa cosa per le auto porsche.

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