Le misure cautelari

E’ da qualche tempo che ci frulla in mente l’idea di scrivere due righe sulla fondamentale distinzione tra misure cautelari, da un lato, e pena, inflitta a seguito di condanna, dall’altro.

Con sempre maggior frequenza, infatti, ci capita – in questo periodo – di assistere a generalizzate manifestazioni di sconcerto per la mancata carcerazione di soggetti a vario titolo coinvolti nei più disparati reati senza che, tuttavia, queste persone siano ancora state condannate ad alcuna pena.

Addirittura, nella giornata di ieri (con una coda di polemiche destinata a non placarsi), profondo sconcerto è stato causato da una sentenza emessa dalla Corte di Cassazione, con la quale la stessa ha re-inviato al Tribunale del riesame, un fascicolo relativo ad un procedimento in corso per un reato di violenza sessuale di gruppo, in riferimento al quale erano state assunte delle misure cautelari nei confronti di uno o più imputati, affinché lo stesso Tribunale compia una valutazione (costituzionalmente orientata) dell’applicabilità delle misure cautelari, ai sensi dell’articolo 275 del codice di procedura penale (riguardante i criteri di scelta delle misure cautelari), considerando l’intervenuta pronuncia – con sentenza n. 265/2010 – della Corte Costituzionale, con la quale questa ha dichiarato, lo stesso articolo 275 c.p.p., incostituzionale nella parte in cui prevedeva che, fra gli altri, anche per i reati di violenza sessuale fosse “obbligatoria” la scelta della custodia cautelare in carcere, salvo non fossero acquisiti elementi dai quali risultassero non sussistenti esigenze cautelari tout court.

Chiaro?

Fate un respiro.

L’articolo 275 c.p.p., riguardante proprio i criteri di scelta delle misure cautelari, era stato modificato nel 2009 – sull’onda emotiva causata dall’indignazione per un caso di stupro particolarmente crudele, avvenuto a Roma, nello stesso anno –, nel senso che, tranne nel caso in cui non fosse proprio necessario provvedere all’applicazione di misure cautelari, ove ciò si rendesse indispensabile, l’unica misura applicabile avrebbe dovuto essere la custodia cautelare in carcere.

Ora, siccome esistono vari tipi di misura cautelare, con varie gradazioni della costrizione cui l’indagato o l’imputato sono soggetti, il fatto che una tale obbligatorietà di scelta fosse imposta per questi reati è stato ritenuto, dalla Corte Costituzionale, non conforme ai principi di uguaglianza espressi nella carta dei diritti fondamentali.

Nel caso della sentenza di ieri, se abbiamo ben capito, un Tribunale del riesame aveva deciso senza tener conto di questa pronuncia e, a seguito del ricorso in Cassazione presentato dai difensori di uno o di parte dei soggetti coinvolti nel procedimento, è stato invitato dalla stessa Corte a riformulare il proprio giudizio tenendo conto anche della possibilità di provvedere con l’assegnazione di misure cautelari differenti dalla carcerazione.

Tanto (per amore di verità) premesso, il punto non cambia in una prospettiva meno particolare ed in riferimento ad altri casi di cronaca recente.

Giusto per citare un altro esempio: si pensi al caso Schettino.

Titoli a sette colonne per dire che Schettino è ai domiciliari, mentre Lele Mora è in carcere.

Osservazioni di questo tipo non meritano alcuna considerazione e, soprattutto, poggiano – nella migliore delle ipotesi, ove non vi sia cattiva fede – su una errata equiparazione: le misure cautelari, infatti, non sono un’anticipazione della pena!

Schettino non è colpevole, ad oggi. E’ – chiaramente – fortemente indiziato e, probabilmente, colpevole di vari reati, ma non è, oggi, colpevole.

Non si può esigere che sia privato della propria libertà, per questo.

La carcerazione preventiva deve essere sempre l’extrema ratio, cui i giudici siano necessariamente costretti, onde evitare che il soggetto indagato o imputato dia seguito ad una reiterazione del reato, scappi alla giustizia o comprometta il materiale probatorio che può essere rinvenuto a suo carico.

Ma ove sussistano misure ugualmente idonee a prevenire il compimento – ad esempio – di una soltanto di queste illecite attività, ebbene dovrà necessariamente essere scelta l’opzione meno gravosa per la libertà e l’integrità dei diritti della persona indagata o imputata.

Se a sussistere, per esempio, sia solo il pericolo di fuga, gli arresti domiciliari potranno essere una misura sufficiente.

Si potrà poi discutere, nel merito, ogni singola scelta, si potrà dibattere sull’efficienza della singola misura, sia nel caso concreto che in generale; ancora, si potrà polemizzare a lungo sulla lentezza della macchina giudiziaria italiana, in grado di non consegnare alla giustizia, nel minore tempo possibile, soggetti che soltanto a seguito di molti anni risultano effettivamente colpevoli.

Ma non può essere la misura cautelare in sé – presa o non presa, nelle varie gradazioni possibili – ad essere oggetto di un sindacato politico.

La sentenza della Corte di Cassazione di ieri non ha detto che per la violenza sessuale di gruppo non è più necessario il carcere, ha detto un’altra cosa.

E queste, che paiono sottigliezze, sono in verità differenze che pesano come macigni sulla testa di ogni cittadino.

La difesa dei diritti di una sola persona, oggi, è difesa dei diritti della collettività, è difesa dei diritti di un’altra persona, domani.

Conosciamo personalmente ragazzi (un paio, per carità) che, per scambi di persona o imprecise testimonianze, hanno trascorso qualche settimana in carcere, in attesa di giudizio, salvo poi essere scarcerate – uno di questi, senza neppure essere rinviato a giudizio! – perché neanche lontanamente coinvolte nelle vicende contestategli.

E credeteci, se fossero state considerate meglio le reali esigenze cautelari sussistenti nei loro casi, forse, queste persone avrebbero potuto evitarsi un’esperienza tanto sconvolgente quanto ingiusta.

Cercare di capire di cosa si stia parlando, approfondire, contestualizzare, è sempre importante.

Ma forse, per questioni come queste, lo è un po’ di più.

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