«Con due deca» – la compìla di cover degli 883 ed il Brunello di Montalcino

L’altro ieri su Rockit è stata data notizia della imminente pubblicazione di un interessante progetto:  in occasione del ventennale dell’album «Hanno ucciso l’uomo ragno», alcune band ed artisti della scena indie italiana si sono prestati per la realizzazione di un album di cover di canzoni degli 883, che verrà pubblicato, a partire dal giorno 11 aprile, in streaming ed in download gratuito su Rockit stesso, con il titolo «Con due deca».

La notizia ha curiosamente dato il via ad un infervoratissimo dibattito circa l’opportunità di realizzare un album di cover relativo alla produzione di un gruppo come gli 883 – anzi, in relazione specificamente alla produzione di questo gruppo.

In sostanza, fra i commenti presenti su Rockit e, più in generale sulla rete, potrete distinguere una consistente rappresentanza del pensiero «gli 883 sono una merda e per questo non meritano affatto tutta questa attenzione» – per altro condito da considerazioni a vario titolo classificabili circa il sistema capitalistico, il mondo della discografia italiana, la SIAE, i conflitti di interessi, i preti pedofili – contrapposta ad una più frammentata porzione di pensieri che si suddivide in varie gradazioni di apprezzamento, con una forbice che va da un civilissimo «parliamone», fino a «Max è il mio fottuto idolo, ti buco».

Anche se tutto ciò costituisce nuovo preziosissimo materiale in grado di cementificare ulteriormente, in noi, come se ce ne fosse ancora bisogno, la convinzione che la stragrande maggioranza dei commentatori di qualsivoglia media rappresentino l’espressione esteriore, elevata al quadrato, dei più inconfessabili sentimenti di frustrazione che in misura variabile albergano nella mente del lettore medio del sito su cui essi si esprimono, non ci soffermeremo, oggi, su questa interessante considerazione – che merita e meriterà ben più approfondite disquisizioni.

Cogliamo piuttosto l’occasione per ampliare un concetto a noi molto caro nell’ultimo – diciamo – paio di anni, e che ben è stato sintetizzato fra i commenti del post relativo all’uscita del progetto «Con due deca»: non sottovalutate l’importanza del divertimento.

La questione è interessante e, crediamo, assolutamente legata ad un determinato modo di concepire le cose del mondo che è propria, in primis, di noi europei e, in secondo luogo, in particolare, degli italiani.

Più volte, in passato (o almeno lo crediamo), ci è capitato di citare su queste pagine il libro di Alessandro Baricco «I barbari» [sì, ecco, precisamente qui]. Lo facciamo ancora una volta, perché proprio in quel saggio si esprime un concetto che ben può essere utile, a nostro avviso, a comprendere cosa porti, alcuni, a ritenere che la “facilità” di testi e musiche, di un dato gruppo, di un dato periodo storico, non meritassero allora e non meritino oggi l’attenzione che a tratti gli è dimostrata.

Si dice, in quelle pagine, che, propria di una determinata cultura (che apparterrebbe in particolare a persone, oramai, più che adulte) è l’idea che, il valore di qualsiasi cosa dipenda dalla sua “profondità”: deve essere difficile da accedere, deve comportare la comprensione e la capacità di intelleggere un linguaggio a più strati, deve essere intrisa di significati.

Pensate ad una città come Firenze: ogni suo angolo trasuda una storia millenaria. Ogni opera d’arte, conservata fra le sue mura, per essere interamente compresa, implica la necessità di conoscere approfonditamente la storia della città, di chi la governò, dell’artista che la realizzò, delle tecniche da lui utilizzate. Profondità, stratificazione dei concetti. Ma anche pesantezza, difficoltà di comprensione.

Pensate ora ad una città statunitense. Siete mai stati negli Stati Uniti? Qualora lo facciate, sappiate che vi imbatterete in città ed in luoghi che, fondamentalmente, non hanno nulla da offrirvi nei termini sopra indicati. Non avrete mai una tomba di Napoleone da visitare, con i suoi sette sarcofagi uno dentro l’altro, la raffigurazione delle dodici vittorie a circondarla, ognuna con la sua storia da conoscere, con i suoi motivi da apprendere.

Potrà capitarvi di essere in un luogo che è, nel senso superficiale del termine: è quello che è, quello che vedrete. Non avrà una storia, non avrà nulla da raccontarvi, solo superficie.

Tuttavia, potrà capitarvi di accorgervi che questi stessi luoghi saranno in grado di trasmettervi delle sensazioni fantastiche, nonostante la mancanza di quel peso specifico che, per ragioni storiche, siamo portati a ritenere fondamentale affinché qualsiasi cosa possa essere da noi ritenuta meritevole di (vero) apprezzamento.

Esiste un mondo, là fuori, che è semplicemente «facile» e che, in quanto tale, ha una assoluta dignità ed anzi, moltissimi meriti.

Il pop è proprio questo: è musica facile, musica per tutti, musica che (in molti casi), semplicemente, diverte.

Apprezzarne questa caratteristica può essere una rivoluzione copernicana, specialmente per chi fa, della ricercatezza, motivo di vanto e segno distintivo (e quindi identificativo) della propria persona e della propria personalità.

Gli 883 sono, volente o nolente, probabilmente l’unico gruppo generazionale italiano di chi sia nato tra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni ’80.

Lo sono perché sono stati in grado di descrivere al meglio, per chi tra loro si identifica, le comuni esperienze che la vita offre a chi la vive. Lo hanno fatto con un linguaggio semplice, fruibile, accessibile. Lo hanno fatto divertendo. Lo hanno fatto con una tale efficacia da far si che, a vent’anni di distanza dall’uscita del loro album più noto, in un palazzetto come il fu Forum di Assago (oggi pala-sarcazzo), n-mila persone sapessero a memoria ogni diavolo di parola stesse per uscire dalla bocca di Max Pezzali in occasione del medley realizzato per il trentennale di Radio Deejay.

La profondità non è la loro caratteristica principale. Non è quello il punto, per loro.

Ne «I barbari», Baricco utlizza un altro esempio per rendere l’idea di ciò che intende descrivere: parla del vino. Un conto è un Brunello di Montalcino, un conto è un vino californiano. Il primo è difficile da apprezzare se non si è abituati a bere un certo tipo di vino. E può soltanto “piacere” se non si è in grado di comprendere fino in fondo per cosa si caratterizzi la specifica annata nel quale la singola bottiglia è stata realizzata o quale sia la storia della cantina che l’ha prodotta.

Il vino californiano, al contrario, è un vino facile. Piace a tutti, non lascia particolari retrogusti, è facilmente abbinabile. E’ superficie, non profondità. Ma è buono.

Ecco, fate conto che gli 883 siano come la Coca Cola, l’Estathè, il Chinotto.

Se pensate al loro sapore, se chiudete gli occhi, vedrete immagini di estati sull’Adriatico, di serate estive in città, di sogni e speranze, di amori finiti.

E ritrovarsi con i propri amici, un sabato pomeriggio, al bar, a bere una Coca Cola è una (può essere una) delle cose belle della vita.

Esistono bevande più sofisticate, che di certo meritano il nostro tempo e la nostra attenzione.

Ma quale senso ha senso dire che il Brunello è migliore della Coca Cola?

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