VFNO – OVS pigiama party

Lucidate i vostri tatuaggi perchè in occasione dell’imperdibile evento annuale organizzato da Vogue – la Vogue Fashion Night Out 2012 – OVS cala l’asso organizzando il più grande pigiama party di cui la città meneghina abbia ricordo, con l’imperdibile partecipazione dell’international top dj Bob Sinclar.

Prevista la partecipazione anche di Belen Rodriguez – accompagnata dall’immancabile compagno-a-contratto – la quale si sfiderà, in un’area appositamente allestita, in un incontro di wrestling con Nicole Minetti, fresca vincitrice di un bronzo alle paraolmpiadi ancora in corso (polemiche sono sorte sull’utilizzo delle protesi che l’avrebbero nettamente favorita) – arbitra Margherita Hack.

Non negheremo la nostra presenza.

P.S.: quando OVS parla di pigiami, pensa a cose così.

Frozen Planet

In evidenza

Da un po’ manchiamo su questi schermi, lo ammettiamo.

D’altra parte, negli oltre due mesi di assenza che ci hanno separato – ovviamente trascorsi fra mete esotiche e cene di lusso – non molto ci pare sia accaduto nel mondo da meritare la nostra attenzione.

La situazione politica evidenzia sempre le stesse problematiche (leggi: QUALCUNO TROVI IL MODO DI ABBASSARE QUEL FOTTUTO SPREAD) e le pagine dei nostri quotidiani sono occupate sempre dagli stessi personaggi.

Anche Berlusconi sembra aver perso lo smalto dei giorni migliori: torna in politica, certo, ma lo fa con lo stesso entusiasmo con cui noi torniamo ogni dannato anno ad iscriverci in palestra – sulla nuova discesa in campo del Presidente e sulla conseguente sensazione di déjà vu, segnaliamo, per altro, la geniale ideazione dell’hashtag #ildecenniodellamarmotta.

Una delle cose migliori che ci è capitata in questo tempo, piuttosto, è stata scoprire l’esistenza della serie di documentari, firmati BBC, denominata Frozen Planet e di cui vedete un breve trailer proprio qui sopra.

Più diventiamo “grandi” e più siamo attratti dai documentari naturalistici.

Una considerazione interessante, che meriterebbe di essere approfondita, se solo non fossimo dannatamente pigri per avere la minima voglia di farlo davvero – soprattuto nel primo post dopo oltre due mesi di pacchia.

La natura spacca i culi e troppo spesso ci dimentichiamo di insegnarlo alle giovani generazioni.

Prossima vita col cazzo che siamo qui a scrivere blog e cazzate varie.

Gommone di Grean Peace ed attacco alle baleniere jappo, quella è la strada.

E a cena sushi per tutti.

Trovate la serie integrale di Frozen Planet qui e un episodio, con traduzione in lingua italiana, all’interno della puntata di Superquark del 5 luglio scorso, proprio qui.

Nicole Kidman e la Sindrome Conclamata di Jennifer Aniston

In evidenza

«Ciao, sono Nicole Kidman e sembro una pazza».

A quanto pare, Nicole Kidman ha deciso di mostrare al mondo quanto può sembrare sexy, se solo se lo mette in testa.

L’ex moglie del più noto fra i divoratori di placenta ha infatti preso parte alla realizzazione del film Paperboy, assieme a Zac Efron, John Cusack e Matthew McConaughey, con la regia di Lee Daniels, già autore di Precious.

A quanto si mormora, e stando alle immagini rilasciate alla stampa (in vista della prossima partecipazione della pellicola al Festival di Cannes), la Kidman dovrebbe svolgere, nel film, un ruolo molto provocante, dando così un seguito ai pruriti suscitati con il buon vecchio Kubrick ed il suo Eyes Wide Shut.

Proprio le foto messe in circolazione, tuttavia, lasciano presagire l’inequivocabile presenza nella povera Nicole, di quella che gli esperti chiamano Sindrome Conclamata di Jenifer Aniston.

La sindrome colpisce donne bellissime, caratterizzate da un tipo di fascino quasi asettico e abbondantemente slegate da una caratterizzazione erotico-sessuale del loro personaggio.

Siamo nel campo dell’amor cortese, della bellezza idealizzata, angelicata.

Alcuni dei nostri amici parlano di “lista bianca”.

Tanto per capirsi: non vi fareste mai una come Vanessa Incontrada.

Le vorreste bene, le fareste un buffetto sulla guancia e le direste che ha delle belle lentiggini.

Stop.

La Sindrome costringe donne di questo tipo, giunte ormai alla soglia della maturità, esigenti di autostima e nuova affermazione in un mondo di giovani rivali, a realizzare improvvisamente di voler dimostrare agli altri e a sé stesse le loro capacità seduttive – ok, ok, a volte ad innescare il meccanismo contribuiscono anche cose come questa.

Tuttavia, solitamente, il risultato non è quello sperato.

La povera Nicole, con le gambe semi-aperte su una sedia, in quello che pare essere un dopo lavoro ferroviario, più che un’incallita mangia-uomini sembra ricordare tanto quella vostra amica delle medie – quella che limonò per la prima volta in vacanza a Riccione -, sbronza, al suo addio al nubilato, assieme alle altre sue amiche cinquantenni.

E’ ovvio che un militare pronto a portarsela a casa lo troverà comunque, ma tutti gli altri la guarderanno pensando soltanto «Povera. Tu guarda come si è ridotta.», mentre sullo sfondo Lindsay Lohan e Rihanna continueranno a farsi offrire della tequila da due ricchi cinquantenni, prima di farsi accompagnare a casa dal quarterback della squadra del college e dal suo migliore amico surfista che vive in un albergo.

Nicole, metti via quella bottiglia.

Il tuo ex marito se ne è presa un’altra così – dando, peraltro, definitive certezze a chi ancora nutriva sospetti sul suo orientamento sessuale – e chi non ti apprezza per quello che sei, semplicemente non ti merita.

P.S.: ok ok, abbiamo un poco esagerato: sappiamo che una bottarella alla Incontrada gliela dareste pure. Si estremizzano solo un po’ i concetti, per strapparvi una risata. Ma non veniteci a dire che la Kidman non sembra matta come un cavallo in queste foto. E a noi le matte fanno soltanto paura.

La Chiesa è mia e me la gestisco io

Matteo Bordone ha pubblicato stamattina un post molto risentito per lamentare le presunte ingerenze di cui la Chiesa Cattolica sarebbe costantemente protagonista in tutta una serie di tematiche che – a suo dire – non dovrebbero riguardarla e che avrebbero come comune filo conduttore il fatto di riguardare, a vario titolo, la “gestione” che, del proprio corpo, ogni essere umano compie.

La tesi di fondo, in buona sostanza, è: il corpo e le questioni ad esso connesse sono argomenti su cui i preti non si devono esprimere e sui quali, anzi, la devono smettere di speculare nella loro attività di proselitismo.

Il pensiero espresso da Matteo, oltre a trovarci del tutto in disaccordo nel merito e negli argomenti, ci permette di dire un paio di cose circa le “opinioni” della Chiesa e la curiosa concezione di stato laico che hanno molti dei nostri concittadini – e probabilmente anche molti dei nostri lettori.

Prima di farlo è necessaria una premessa:

quanto si sta per esprimere muove esclusivamente da considerazioni di tipo logico ed è scevro da qualsiasi influenza di carattere ideologico.

Non ci interessa, qui, il merito del pensiero cattolico, non è questo il punto, ed anzi, al contrario, vi preghiamo di volervi astrarre il più possibile, a vostra volta, nel cercare di comprendere quanto si sta per dire.

Ogniqualvolta nel nostro Paese sono affrontate questioni – nei dibattiti pubblici, in occasione delle promulgazione di legislazioni – che hanno ad oggetto temi che, in qualche maniera, possono riguardare la coscienza di ogni individuo e sui quali la Chiesa si esprime, assistiamo ad una accesa polemica riguardo alla presunta intollerabile interferenza che quest’ultima opererebbe insistentemente sulle vicende della nostra vita politica (in senso lato).

Vi è un errore di fondo, a nostro avviso, in questo tipo di considerazioni.

L’errore consiste nel formulare un’errata sovrapposizione tra ciò che la Chiesa esprime, afferma, auspica, sostiene, quanto di questo è accolto, fatto proprio, a sua volta sostenuto da chi rappresenta i cittadini nelle istituzioni e, ancora, quanto di questo è condiviso dai cittadini che questi rappresentanti hanno nominato.

Il rapporto è triangolare: abbiamo la Chiesa con la sua dottrina, degli individui che la ascoltano (e che possono condividere o meno quanto da questa affermato) e dei rappresentati di questi ultimi (e da questi ultimi nominati).

Ora, se gli individui concordano o accolgono a vario titolo quanto affermato dalla Chiesa è probabile che cercheranno di fare in modo che chi li rappresenta sia portatore di questo stesso pensiero. Addirittura, probabilmente, questo passaggio avverrà in maniera involontaria: verrà scelto a rappresentarli qualcuno che sia parte di quella stessa comunità e che quindi condividerà in partenza i valori che questa comunità esprime.

Quando la Chiesa afferma di essere contraria all’aborto e i parlamentari cattolici si dicono d’accordo, non abbiamo un’ingerenza della Chiesa nella vita pubblica: abbiamo un soggetto, che rappresenta una porzione di cittadinanza, che condivide il pensiero della Chiesa, e che, in quanto tale, si fa portatore dei valori che la prima vuole porre a fondamento della società che essa costituisce.

Non è la Chiesa a decidere per qualcuno, non è la Chiesa ad imporre qualcosa. La Chiesa fa il suo mestiere, dice ciò che “pensa”. Dopodiché abbiamo delle persone che concordano con questo pensiero e che cercano qualcuno che se ne faccia portatore.

A questo punto, solitamente, viene mossa un’obiezione:

«Ok ma in questo modo la Chiesa decide anche della mia vita: se io voglio sposarmi con un individuo del mio stesso sesso non lo posso fare, se io voglio concepire un figlio con tecniche di inseminazione artificiale che in Italia non sono lecite, non lo posso fare.».

A decidere della vita di tutti è la maggioranza.

Se la maggioranza degli individui di un paese condivide un determinato tipo di idee, purtroppo per chi non è in accordo con questa, le stesse idee verranno “imposte” anche senza il suo consenso.

Il concetto di libertà, di libertarietà non può essere inteso come sovrainsieme del concetto di democrazia.

Ne è, al contrario, l’esatta negazione.

Scelte legislative più liberali – sui temi sopra menzionati, ad esempio – possono consentire a più soggetti di esprimere la propria individualità ma ciò non può essere un argomento sufficiente ad impedire alla maggioranza di decidere di auto-limitarsi, o comunque di imporsi determinate regole di condotta.

Il fatto che lo stato in cui viviamo sia uno stato laico, significa che ogni forma di pensiero, ogni filosofia, ogni religione deve essere messa in grado di poter esprimere il proprio pensiero nella stessa maniera e senza preclusioni di sorta.

Non significa che nessuno di questi soggetti ha diritto di esprimere le proprie “opinioni”!

C’è una violenza intollerabile nel pensiero di chi pretende che la Chiesa, o chi per essa, non debba o non possa più esprimersi su qualsiasi argomento che l’attualità e la vita comunitaria del nostro Paese – per quanto ci riguarda direttamente – possa porre all’attenzione di tutti.

Se il metodo democratico non piace, di questo, se mai, si può discutere!

Qualcuno, in passato, ha avuto modo di definirlo “tirannia della maggioranza”.

Purtroppo, ad oggi, è il sistema di gestione della vita di comunità più efficiente che sia stato escogitato.

Se qualcuno ha un’idea migliore si faccia avanti, ma eviti di prendersela con i preti.

«Con due deca» – la compìla di cover degli 883 ed il Brunello di Montalcino

In evidenza

L’altro ieri su Rockit è stata data notizia della imminente pubblicazione di un interessante progetto:  in occasione del ventennale dell’album «Hanno ucciso l’uomo ragno», alcune band ed artisti della scena indie italiana si sono prestati per la realizzazione di un album di cover di canzoni degli 883, che verrà pubblicato, a partire dal giorno 11 aprile, in streaming ed in download gratuito su Rockit stesso, con il titolo «Con due deca».

La notizia ha curiosamente dato il via ad un infervoratissimo dibattito circa l’opportunità di realizzare un album di cover relativo alla produzione di un gruppo come gli 883 – anzi, in relazione specificamente alla produzione di questo gruppo.

In sostanza, fra i commenti presenti su Rockit e, più in generale sulla rete, potrete distinguere una consistente rappresentanza del pensiero «gli 883 sono una merda e per questo non meritano affatto tutta questa attenzione» – per altro condito da considerazioni a vario titolo classificabili circa il sistema capitalistico, il mondo della discografia italiana, la SIAE, i conflitti di interessi, i preti pedofili – contrapposta ad una più frammentata porzione di pensieri che si suddivide in varie gradazioni di apprezzamento, con una forbice che va da un civilissimo «parliamone», fino a «Max è il mio fottuto idolo, ti buco».

Anche se tutto ciò costituisce nuovo preziosissimo materiale in grado di cementificare ulteriormente, in noi, come se ce ne fosse ancora bisogno, la convinzione che la stragrande maggioranza dei commentatori di qualsivoglia media rappresentino l’espressione esteriore, elevata al quadrato, dei più inconfessabili sentimenti di frustrazione che in misura variabile albergano nella mente del lettore medio del sito su cui essi si esprimono, non ci soffermeremo, oggi, su questa interessante considerazione – che merita e meriterà ben più approfondite disquisizioni.

Cogliamo piuttosto l’occasione per ampliare un concetto a noi molto caro nell’ultimo – diciamo – paio di anni, e che ben è stato sintetizzato fra i commenti del post relativo all’uscita del progetto «Con due deca»: non sottovalutate l’importanza del divertimento.

La questione è interessante e, crediamo, assolutamente legata ad un determinato modo di concepire le cose del mondo che è propria, in primis, di noi europei e, in secondo luogo, in particolare, degli italiani.

Più volte, in passato (o almeno lo crediamo), ci è capitato di citare su queste pagine il libro di Alessandro Baricco «I barbari» [sì, ecco, precisamente qui]. Lo facciamo ancora una volta, perché proprio in quel saggio si esprime un concetto che ben può essere utile, a nostro avviso, a comprendere cosa porti, alcuni, a ritenere che la “facilità” di testi e musiche, di un dato gruppo, di un dato periodo storico, non meritassero allora e non meritino oggi l’attenzione che a tratti gli è dimostrata.

Si dice, in quelle pagine, che, propria di una determinata cultura (che apparterrebbe in particolare a persone, oramai, più che adulte) è l’idea che, il valore di qualsiasi cosa dipenda dalla sua “profondità”: deve essere difficile da accedere, deve comportare la comprensione e la capacità di intelleggere un linguaggio a più strati, deve essere intrisa di significati.

Pensate ad una città come Firenze: ogni suo angolo trasuda una storia millenaria. Ogni opera d’arte, conservata fra le sue mura, per essere interamente compresa, implica la necessità di conoscere approfonditamente la storia della città, di chi la governò, dell’artista che la realizzò, delle tecniche da lui utilizzate. Profondità, stratificazione dei concetti. Ma anche pesantezza, difficoltà di comprensione.

Pensate ora ad una città statunitense. Siete mai stati negli Stati Uniti? Qualora lo facciate, sappiate che vi imbatterete in città ed in luoghi che, fondamentalmente, non hanno nulla da offrirvi nei termini sopra indicati. Non avrete mai una tomba di Napoleone da visitare, con i suoi sette sarcofagi uno dentro l’altro, la raffigurazione delle dodici vittorie a circondarla, ognuna con la sua storia da conoscere, con i suoi motivi da apprendere.

Potrà capitarvi di essere in un luogo che è, nel senso superficiale del termine: è quello che è, quello che vedrete. Non avrà una storia, non avrà nulla da raccontarvi, solo superficie.

Tuttavia, potrà capitarvi di accorgervi che questi stessi luoghi saranno in grado di trasmettervi delle sensazioni fantastiche, nonostante la mancanza di quel peso specifico che, per ragioni storiche, siamo portati a ritenere fondamentale affinché qualsiasi cosa possa essere da noi ritenuta meritevole di (vero) apprezzamento.

Esiste un mondo, là fuori, che è semplicemente «facile» e che, in quanto tale, ha una assoluta dignità ed anzi, moltissimi meriti.

Il pop è proprio questo: è musica facile, musica per tutti, musica che (in molti casi), semplicemente, diverte.

Apprezzarne questa caratteristica può essere una rivoluzione copernicana, specialmente per chi fa, della ricercatezza, motivo di vanto e segno distintivo (e quindi identificativo) della propria persona e della propria personalità.

Gli 883 sono, volente o nolente, probabilmente l’unico gruppo generazionale italiano di chi sia nato tra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni ’80.

Lo sono perché sono stati in grado di descrivere al meglio, per chi tra loro si identifica, le comuni esperienze che la vita offre a chi la vive. Lo hanno fatto con un linguaggio semplice, fruibile, accessibile. Lo hanno fatto divertendo. Lo hanno fatto con una tale efficacia da far si che, a vent’anni di distanza dall’uscita del loro album più noto, in un palazzetto come il fu Forum di Assago (oggi pala-sarcazzo), n-mila persone sapessero a memoria ogni diavolo di parola stesse per uscire dalla bocca di Max Pezzali in occasione del medley realizzato per il trentennale di Radio Deejay.

La profondità non è la loro caratteristica principale. Non è quello il punto, per loro.

Ne «I barbari», Baricco utlizza un altro esempio per rendere l’idea di ciò che intende descrivere: parla del vino. Un conto è un Brunello di Montalcino, un conto è un vino californiano. Il primo è difficile da apprezzare se non si è abituati a bere un certo tipo di vino. E può soltanto “piacere” se non si è in grado di comprendere fino in fondo per cosa si caratterizzi la specifica annata nel quale la singola bottiglia è stata realizzata o quale sia la storia della cantina che l’ha prodotta.

Il vino californiano, al contrario, è un vino facile. Piace a tutti, non lascia particolari retrogusti, è facilmente abbinabile. E’ superficie, non profondità. Ma è buono.

Ecco, fate conto che gli 883 siano come la Coca Cola, l’Estathè, il Chinotto.

Se pensate al loro sapore, se chiudete gli occhi, vedrete immagini di estati sull’Adriatico, di serate estive in città, di sogni e speranze, di amori finiti.

E ritrovarsi con i propri amici, un sabato pomeriggio, al bar, a bere una Coca Cola è una (può essere una) delle cose belle della vita.

Esistono bevande più sofisticate, che di certo meritano il nostro tempo e la nostra attenzione.

Ma quale senso ha senso dire che il Brunello è migliore della Coca Cola?

Let’s go outside – “Wrestling”: Bruce Weber per Abercrombie & Fitch

Amiche teenager di NWTF abbiamo una pessima notizia.

Ma dovete stare tranquille: è un fatto generazionale, capita praticamente a tutte almeno una volta nella vita.

La bazza è questa: Bruce Weber ha deciso di prendere a picconate le vostre fantasie sui ragazzi di Abercrombie and Fitch – quelli del negozio, giù a Milano, dove ti spruzzano il profumo.

Sì, insomma, come a molte prima di voi è capitato – con un elenco che parte da George Michael e dalle sue sculettanti chiappe, per arrivare alle rette parallele di Mariana origine e di cui il Poeta parla – le fantasie erotiche che da mesi vi portano a cliccare con generosità queste pagine, potrebbero deviare inevitabilmente, a partire da oggi, verso una desolante quanto poco eccitante destinazione:

ricchiaggine.

Ebbene sì, i ragazzi di Abercrombie non solo fanno wrestling sollevandosi per il cavallo, ma si baciano pure sotto la doccia.

E noi che ve lo diciamo a fare che l’uomo c’ha da puzzà?

La saggezza popolare ha sempre un fondamento di verità, è arcinoto.

Tornate dai vostri pretendenti sovrappeso, brufolosi, in fissa con PES e con youporn: sono veri maschi e un giorno vi sapranno dare un sacco di soddisfazioni.

Stasera quando tornate a casa, date loro una carezza: ditegli che è la carezza di NWTF.

Ipse dixit – Adriano Celentano @ Sanremo 2012

Due sono le cose che non siamo riusciti a non pensare continuamente, ieri sera, mentre guardavamo il Festival.

La prima è che Rocco Papaleo recitva in Classe di Ferro – e, per il vero, non riusciamo a non pensarlo ogni volta che lo vediamo (se ambite a diventare attori drammatici, prestate molta attenzione ai ruoli che accettate di interpretare all’inizio della vostra carriera).

La seconda è che se solo ci fosse stata la Gialappa’s, avremmo probabilmente assistitio alla putata inaugurale più divertente di tutte le edizioni del carrozzone sanremese.

O, forse, lo abbiamo fatto anche così?

CELENTANO. Avrò girato mille chiese, il Duomo di Milano, piazza San Pietro, Bologna, Firenze, Napoli, Palermo. E morire se durante la predica si capisce qualcosa di quello che dice il prete. Non perché sbagliano a parlare: perché non sanno regolare l’audio negli altoparlanti. O sono troppo bassi oppure non ci sono abbastanza diffusori affinché la voce del prete si senta fino in fondo alle ultime file. Sembra quasi che i preti dicano: “Noi la predica l’abbiamo fatta, poi chi se ne frega se gli ultimi in fondo non sentono”. E sì che il Vangelo è stato chiaro: “Beati gli ultimi”, dice il Vangelo, “perché saranno i primi nel Regno dei Cieli”. Questo è un problema che c’era anche a Galbiate. Poi, a furia di martellare il parroco, finalmente un bel giorno si è deciso e ha cambiato l’impianto. Però se c’è una cosa che non sopporto e che mi innervosisce, non soltanto dei preti ma anche dei frati, è che nei loro argomenti, quando fanno la predica, o anche nei dibattiti in televisione, non parlano mai della cosa più importante, cioè del motivo per cui siamo nati. Quel motivo nel quale è insito il cammino verso il traguardo, quel traguardo che segna non la fine di un’esistenza, ma l’inizio di una nuova vita. Insomma, i preti, i frati non parlano mai del Paradiso. Perché? Quasi come a dare l’impressione che l’uomo sia nato soltanto per morire. Ma le cose non stanno così. Qual è la camera dove sono dentro i preti? Ah questa.
Le cose non stanno così. Noi non siamo nati per morire. Noi siamo nati per vivere. Voi preti siete obbligati a parlare del Paradiso, altrimenti la gente pensa che la vita sia quella che stiamo vivendo adesso. Ma che cazzo di vita è questa qua? Lo spread, l’economia, le guerre.
Giornali inutili come l’Avvenire, Famiglia Cristiana: andrebbero chiusi definitivamente. Si occupano di politica e delle beghe nel mondo, anziché parlare di Dio e dei suoi progetti e non hanno la più pallida idea di quanto invece può essere confortante per i malati leggere di ciò che Dio ci ha promesso. Senza contare, poi, i malati terminali, che anche se non lo dicono, loro sono consapevoli di ciò a cui stanno andando incontro. Ma loro no, Famiglia Cristiana e l’Avvenire non la pensano così. Per loro il discorso di Dio è…il discorso di Dio, per loro, occupa poco spazio: lo spazio delle loro testate ipocrite. Ipocrite come le critiche fanno a uno come Don Gallo, che ha dedicato la sua vita, ancora adesso, per aiutare gli ultimi.
E di ultimi ce ne sono tanti. Ci sono sulla torre della Stazione Centrale di Milano, ci sono degli operai che dall’8 dicembre stazionano lì, giorno e notte, al freddo e al gelo, per protestare contro la cancellazione dei vagoni letto. Non mi ricordo dove ho messo il bicchiere…eccolo qua.
Quei vagoni letto che collegavano il Nord al Sud, lasciando a casa ottocento persone addette ai servizi nei treni di notte. E questo, purtroppo, con il triste scopo di cancellare un’altra fetta del passato che costituisce le fondamenta della nostra identità. Montezemolo ha fatto bene a fare il treno veloce, quello che…bello, confortevole: è giusto. È giusto fare l’alta velocità. Però bisogna bilanciare la velocità con qualche cosa di lento. E allora io ti dico, Montezemolo, che adesso devi fare subito un treno lento, che magari si chiama Lumaca, dove ti fa vedere le bellezze dell’Italia, perché c’è gente che vuole andare lì.
Caspita, siete tutti lì in prima fila. State bene? Sono sicuro che lo farà.
[Entra Elisabetta Canalis]
CELENTANO. Come ti chiami?
CANALIS. Italia.
CELENTANO. Resta un po’ qui.
CANALIS. Non posso.
CELENTANO. Perché?
CANALIS. Le cose non vanno bene ed io sto perdendo la mia bellezza.
CELENTANO. Tornerai?
CANALIS. Sì, se gli italiani lo vorranno.
[Esce Elisabetta Canalis]
CELENTANO. La parola politica sembra aver perso ogni valore e le lettere che la compongono stanno cadendo a pezzi sulla testa di un popolo che ancora si illude di essere sovrano. Ma cosa significa sovrano? Il vocabolario lo spiega bene. Maitre!
[Entra Rocco Papaleo]
CELENTANO. Cosa dice il vocabolario?
PAPALEO. Non lo so.
CELENTANO. Tu non leggi mai il vocabolario eh?
PAPALEO. Non vorrei contraddirla, Immensità.
PAPALEO. Con tutto il rispetto, preferisco leggere il giornale, soprattutto dopo colazione. Ho provato a leggere il vocabolario ma…dice sempre le stesse cose. E alcune volte non si spiega neanche troppo bene. Per esempio, qualche giorno fa sono andato alla lettera “Governo Monti”.
PAPALEO. Governo…Governo Ladro…Governo Europeo…Governo Mondiale… Governo Monti eccolo qua. Dice: “Materiale di ottima resistenza, apparentemente indipendente, facile però all’ossido dei partiti”.
CELENTANO. E questo è quello che dice il vocabolario?
PAPALEO. Esattamente.
CELENTANO. E sulla parola “Sovrano”?
PAPALEO. No, lì si spiega molto bene. Sovrano…ecco qua. Sovrano: si dice di potere, dignità, diritto che non derivino da altra autorità, che non dipendano da altro potere. La Costituzione italiana sancisce che il potere sovrano appartiene al popolo che esercita…
PAPALEO. Il vocabolario…
PAPALEO. Il vocabolario ringrazia. Posso concludere, Immensità?
PAPALEO. La Costituzione italiana sancisce che il potere sovrano appartiene al popolo che esercita un potere pieno e indipendente.
CELENTANO. Questo è quello che dice il vocabolario. E noi sappiamo che, perché il popolo possa esercitare il suo potere incontrastato, bastano cinquecentomila firme.
PAPALEO. Cinquecentomila.
CELENTANO. Ma i promotori del referendum, Antonio Di Pietro, Parisi e Segni come al solito hanno esagerato e ne hanno raccolte un milione e duecentomila.
PAPALEO. Un milione e duecentomila.
CELENTANO. Che la Consulta non ha esitato a buttare nel cestino.
PAPALEO. Nel cestino, nel cestino, nel cestino.
CELENTANO. Per cui c’è qualcosa che non va. O la Consulta sbaglia, o se no bisogna cambiare il vocabolario. Io una bella mattina esco di casa convinto di essere… ah no, perché altrimenti bisogna cambiare il vocabolario perché altrimenti non si sa quando siamo sovrani e quando no. Una bella mattina io mi alzo, esco di casa contento…convinto di essere sovrano, di essere al di sopra di tutti, il più alto, perché questo vuol dire “sovrano” e magari incontro Pupo e mi dice: “Ue’ guarda che tu non sei nessuno eh?”.
[Entra Pupo, dalla platea]
PUPO. Ma cosa stai dicendo? Ma cosa stai dicendo?
CELENTANO. Ue’. Cosa hai detto?
CELENTANO. Non ho capito. Come stai?
PUPO. Comunque stasera hai detto una grande verità.
CELENTANO. Perché?
PUPO. Infatti è vero: tu non sei nessuno.
CELENTANO. Perché?
PUPO. Perché…sottovaluti quelli bassi.
PUPO. Non sottovalutare quelli bassi.
CELENTANO. E chi lo sottovaluta? E poi non esistono quelli bassi o quelli alti: esistono quelli giusti o quelli sbagliati.
PUPO. Ma certo! Tu hai la verità in tasca. Certo, è normale. Dall’alto di quel palco ti puoi permettere di dire quello che vuoi. Senti, ma secondo te, io da che parte starei?
CELENTANO. No, tu per me sei praticamente normale.
PUPO. Cosa? Ma lo sentite? Ha detto “praticamente normale”.
CELENTANO. Be’ sì…c’è qualche cosetta ma…
PUPO. Ma quale cosetta?
CELENTANO. No…ma niente, una scemata. Ma non c’è bisogno di…
PUPO. No, ma parla chiaro! Quale cosetta?
CELENTANO. Ma…scusa…chi è?
[Entra Gianni Morandi]
CELENTANO. C’è un altro?
MORANDI. Cosa sta succedendo? Cosa sta succedendo?
MORANDI. Scusa: cosa sta succedendo?
CELENTANO. No, stavamo discutendo…tu sai che la Consulta ha bocciato i referendum, no?
MORANDI. Eh sì, non è stata una cosa molto bella.
CELENTANO. Vedi che lo dice anche lui?
PUPO. Questa è una novità: ma da quando in qua sei diventato un paladino delle battaglie perse della sinistra?
MORANDI. Ma quale paladino?
PUPO. E allora sentiamo: perché la Consulta avrebbe sbagliato?
MORANDI. Be’, bocciando i referendum ha tolto la parola…Non si possono buttare nel cestino un milione, non si possono buttare nel cestino un milione e duecentomila firme. Se pensi che ne bastano cinquecentomila per dare la parola al popolo, figurati che errore che ha fatto la Consulta a buttare via un milione e duecentomila firme.
PUPO. E non pensi, invece, che l’errore grosso come una casa lo stai facendo tu? Informati prima di parlare!
CELENTANO. No, no…scusa un attimo. No, io volevo parlare, perché prima tu hai detto…come si chiama il Direttore della Rai, il Direttore Generale?
MORANDI. Lei.
CELENTANO. Chi?
MORANDI. Come “chi”?
CELENTANO. No, dico…il Direttore Generale, come si chiama?
MORANDI. Si chiama Lei.
CELENTANO. Ah, si chiama Lei. Ah, proprio così. Be’, originale però. No perché…eh, ma io ho capito perché. Perché lei vuole mantenere le distanze. Hai visto anche con Michele Santoro l’ha distanziato mica male.
MORANDI. Be’ sì, anche lì non è stata una cosa molto bella eh?
CELENTANO. Però tu adesso stai insinuando: non dirai mica che la Rai censura.
MORANDI. No, no, io… scusa, ho avuto uno “sbandamento”. Ho avuto uno “sbandamento”. Cosa volevi dal Direttore Generale?
CELENTANO. Volevo dire, aspetta che bevo un po’ d’acqua perché qui c’è l’aria secca. No, volevo dire: in che camera alloggia il Direttore Generale?
MORANDI. Mah, di solito in quella di centro.
CELENTANO. Ecco, no, volevo dire che quelle cose che ha detto lui sulla Consulta, io non c’entro niente eh? Sono cose che ha detto lui.
MORANDI. Sì, sì è vero: le ha scritte lui ma le ho dette io.
PUPO. Ma piantatela di fare gli ipocriti. Ma non vi vergognate?
CELENTANO e MORANDI ALL’UNISONO. Di che cosa?
PUPO. E che ne so io di che cosa? Voi siete capaci solo di criticare, venite qui e fate il vostro “teatrino”. Ma informatevi prima di parlare, informatevi prima di parlare. Lo sapete, siete due ignoranti che a malapena riuscite a emettere qualche nota nel campo musicale. Ah ah…la Consulta…il popolo sovrano…ma chi ve l’ha dette queste cose?
MORANDI. No, ma guarda che tu allora non hai capito.
PUPO. No, capite sempre tutto voi, capite.
MORANDI. No, tu sottovaluti la parola “sovrano”, che significa al di sopra di tutto, il più alto. Come fai a non capire?
CELENTANO. No eh be’, scusa: lui non può capire.
CELENTANO. Scusa, quanto sei alto?
PUPO. Come?
CELENTANO. Quanto sei alto tu?
PUPO. Un metro e dieci.
MORANDI. Eh… effettivamente è un po’ poco eh?
PUPO. Un po’ poco? Un po’ poco? Comunque sono alto quanto basta per non essere ipocrita come siete voi. La Consulta non poteva fare altrimenti, in quanto la cosa si poteva risolvere solo in Parlamento. Anche nel ’95, quando ci fu il referendum per la privatizzazione della Rai, anche in quel caso più del 50 per cento votarono a favore. Ma anche lì dovettero per forza cestinare tutto. Perché se la Rai fosse stata privatizzata e il “popolo sovrano”, come voi lo chiamate, se avesse avuto ragione questa sera probabilmente voi due non eravate qua a sparare le vostre cazzate, carissimi “amici”, i sapientoni del nulla, voi che vi credete dei giganti.
CELENTANO. Non si tratta di essere dei giganti. È che a noi ci dispiace di vederti così.
PUPO. Ma “di vederti così” come?
CELENTANO. Così come sei tu.
MORANDI. Ecco vedi perché diciamo che la Consulta ha sbagliato? Perché tu potresti essere moralmente più alto.
CELENTANO. E anche meno basso.
PAPALEO. C’è un errore.
CELENTANO. Chi?
PAPALEO. Non è alto un metro e dieci lui.
CELENTANO. È più piccolo?
PAPALEO. No. Il Pupo è alto un metro e 65. Quindi, se la Consulta non avesse bocciato il referendum, sarebbe alto quasi quanto voi.
MORANDI. L’altezza, la bassezza fisica, grasso, magro, biondo, con gli occhi azzurri: tutte cose che contano fino a un certo punto. Ciò che conta veramente, invece, è essere alti dentro. Solo così è possibile arrivare intatti e senza macchia a quel traguardo di cui parlava Adriano, che se non altro, poiché nessuno è perfetto, tagliare quel traguardo con meno macchie possibili. Perché, come dice Adriano, quello che stiamo vivendo adesso, di vita, praticamente è uno scherzo.
CELENTANO. E che la vita è uno scherzo basta guardare cosa succede nel mondo. C’è l’aria secca qua. Ma questa, di vita, è soltanto la prima…non la prima, una fermata. La prossima approderemo in un mondo che neanche lontanamente possiamo immaginare quanto è meraviglioso. Lì non ci saranno distinzioni di popoli: neri, bianchi; saremo tutti uguali. Eternamente giovani e belli, in compagnia di cristiani e musulmani, mentre ballano il tango della felicità, in un abbraccio d’amore senza fine. Certo, non mancherà il giudizio di Dio. Ci sarà qualcuno che, prima di entrare in Paradiso, avrà bisogno di una spolveratina. È per questo che è venuto al mondo Gesù: per metterci in guardia contro la polvere. Quella polvere che oscura l’anima, fino ad uccidere i propri simili e a rendere gli Stati assassini. Alla stregua di quei criminali che loro vogliono giustiziare con la pena di morte.
CELENTANO. Ma soprattutto è venuto al mondo per dimostrarci che la morte non esiste. Non esiste per i buoni e non esiste neanche per i cattivi che, di fronte alla vergogna che proverebbero in quel dato giorno davanti a Dio, forse preferirebbero morire. Ed è per questo che poi ha cominciato a fare i miracoli, pur sapendo che non sarebbero bastati perché avremmo detto: è un mago, è uno stregone. E allora lui cosa ha fatto? Ha fatto una cosa che nessun mago, nessuno stregone, potrà mai fare: è risorto. E per farlo ha dovuto morire e subendo il più straziante dei martiri. La morte è soltanto un ultimo gradino prima del grande inizio. Ed è per questo che noi…ed è su questo inizio che noi dobbiamo concentrare i nostri pensieri. E invece cosa facciamo? Stiamo qui ad affannarci su quel titolo, su quanto potrà fruttarci in Borsa; a litigare uno con l’altro; a prendercela per ogni piccola cosa. Ci rattristiamo se un deficiente come Aldo Grasso scrive delle idiozie sul Corriere della Sera. Cadiamo subito in depressione di fronte alla prima ruga. E invece dovremmo avere il coraggio di non tingerci i capelli. Io non so se voi vi rendete conto, ma per quanto lunga possa essere la vita sulla terra, diciamo anche due, trecento anni, che cosa sono? Niente. Io mi ricordo quand’ero giovane, ero forte, pieno di…adesso non mi ricordo più di che cosa ero pieno, però ero pieno di vita, di idee; non facevo in tempo a pensarla una cosa che l’avevo già pensata. Mi ricordo quando ero…voi forse non ci crederete, io mi ricordo che avevo pochi mesi di vita, mi pare quattro-cinque mesi, facevo già la quinta elementare e mi appoggiavo da solo sui braccioli di una sedia. A cinque mesi: vi rendete conto che forza che avevo? La vita è un lampo. Sei nel pieno della giovinezza e, quando meno te lo aspetti, non fai a tempo a guardarti allo specchio, che hai già più di 90 anni. Ecco perché si dice che il Regno dei Cieli è vicino.
CELENTANO. La Merkel e Sarkozy impongono al governo greco l’acquisto delle loro armi. Se volete gli aiuti e rimanere nell’euro, hanno detto, dovete comprare i nostri carri armati e le nostre belle navi da guerra, imponendo così tagli e sacrifici agli straziati cittadini greci. Questo è ciò che diceva il Corriere della Sera di ieri a pagina 5. Ma già l’estate scorsa il Wall Street Journal rivelava che Berlino e Parigi avevano preteso l’acquisto di armamenti come condizione per approvare il piano di salvataggio della Grecia. È questa l’Europa che vogliamo, cinica e armata fino ai denti?

                                                                                                                                                                          A. Celentano

 

Megaupload, Lost e i produttori di carrozze

Non si trova più un cazzo.

Questa è la seccante novità con cui abbiamo dovuto fare i conti, l’altra sera, quando – come da qualche tempo a questa parte siamo abituati a fare – ci siamo dedicati alla ricerca di un link per il download di un film per la serata.

La chiusura di Megaupload/Megavideo è stata, infatti, soltanto la parte più mediaticamente risonante di un’operazione di “ripulitura” del web che ha coinvolto svariati siti di file sharing e che, come effetto collaterale, sembra avere convinto molti degli altri esistenti a rimuovere, dai propri server, materiale protetto da copyright, al fine di evitare lo stesso trattamento subito dal cicciobombo-in-salsa-crauti della pirateria informatica mondiale.

Se, in sostanza, per un dato film x, fino a poco tempo fa, era possibile rinvenire una media di 4-5 collegamenti in grado di permetterne il download o la visione in streaming, oggi, la media di risultati utili è di poco superiore allo zero.

Di tutta la vicenda, tuttavia, una cosa, in particolare, ci siamo ritrovati a considerare, l’altra sera, con chi condivideva con noi gli sforzi nella ricerca: se il film non lo trovo, non lo vedo, punto.

E tale considerazione è diametralmente opposta al presupposto che pare muovere chi si profonde per un incremento della coercizione in tema di copyright, ovvero: non trova il film (o qualsiasi altro contenuto), quindi lo compra.

E’ questa fondamentale differenza il terreno su cui davvero si gioca tutta la partita, adesso. Perché è evidente che il problema, in questo dato momento storico, in verità, è il modello di business adottato da chi produce materiale protetto.

Non deve necessariamente e non può più essere soltanto il contenuto protetto, in sé, a garantire introiti a chi lo abbia ideato o prodotto. E’ necessario lavorare su tutto ciò che a questo sta introno: non sarà più il disco, ma saranno i concerti, il merchandising, la pubblicità (ad esempio, sul sito internet del cantante/produttore) a garantire un ritorno economico. Non sarà più soltanto la vendita di dvd al dettaglio, o la distribuzione nei cinema, a garantire introiti alle case cinematografiche; saranno le pubblicità ad essi legate o i prodotti a vario titolo derivati dal film e commercializzati, a farlo.

Sono solo esempi, ma sono argomenti che, insieme a numerose altre considerazioni che pure possono essere effettuate, sono in grado di rendere, nel complesso, le soluzioni prospettate dai “proibizionisti” poco convincenti.

E’ innegabile, ad esempio, che – per quanto riguarda il mercato cinematografico – le grandi produzioni, pur certamente intaccate nei loro margini di guadagno dal fenomeno della pirateria, non abbiano cessato né di esistere né di realizzare corposi utili – si pensi a pantagrueliche realizzazioni come il recente Mission Impossible.

E’ il mercato, quindi, a smentire, in parte, le previsioni catastrofiste di chi sostiene che la pirateria potrebbe causare contrazioni nella realizzazione di grandi “colossal”, non più remunerativi per il loro sfavorevole rapporto costi/incassi (diretti).

Ancora: non sta scritto da nessuna parte che il volume d’affari generato, negli scorsi decenni, dal mercato musicale/artistico (a vario titolo individuato), debba mantenersi immutato nei secoli dei secoli.

In ambito musicale, ad esempio, il modello di business che ha imperato sino alla fine degli anni ’90, oggi, semplicemente, non è più remunerativo. Peccato. Continuerà a fare musica unicamente chi è mosso dalla passione, come, per altro, ha sempre fatto un esercito di sconosciuti autori e cantanti che è riuscito a barcamenarsi nella vita, senza necessariamente diventare una rock star.

Quanto all’indotto generato da questo tipo di industria, be’ esso dovrà semplicemente rassegnarsi all’idea che una parziale riconversione è, purtroppo, inevitabile.

Esempio abusatissimo, nei trattati e nelle conferenze in tema di diritto della proprietà intellettuale, è quello dei produttori inglesi di carrozze che – andiamo a memoria, potremmo essere non perfettamente puntuali in questa ricostruzione –, nei primi anni dello scorso secolo ottennero fosse imposto, alle (sempre più diffuse) automobili, di dover necessariamente procedere, nell’attraversamento dei centri abitati, a velocità ridottissima e preceduti da un uomo che, munito di bandiera e fischietto, avvertisse del transito di questi mezzi, dei quali era sostenuta l’estrema pericolosità.

Le automobili hanno vinto, i produttori di carrozze (e tutto ciò che intorno ad essi ruotava) hanno perso.

Vedere gratuitamente l’ultima puntata di Lost non sarà un diritto, ma farlo a pagamento non è nemmeno un dovere, e su questo devono riflettere tutti i soggetti coinvolti in questo dibattito.

L’enorme diffusione di materiale culturalmente rilevante che la dematerializzazione dei supporti ha garantito è un effetto dalla portata non ancora perfettamente compresa e dal valore – anche economicamente rilevante – inestimabile.

Consentire l’accesso a materiale protetto da diritto d’autore a milioni di nuovi soggetti è un qualcosa indubbiamente in grado di aumentare esponenzialmente  le potenzialità di numerosi mercati già esistenti.

Come non considerare tutto ciò?

Ciò che va fatto, ora, è analizzare tutti gli elementi che compongono questo quadro ed individuare le soluzioni più efficaci per cercare di trarre un vantaggio – anche economico, certamente! – dalla probabile evoluzione che lo scenario attuale potrà assumere.

Chi produce carrozze, oggi, deve concentrarsi al più presto sulle automobili, o si ritroverà a sventolare una bandiera, con in bocca un fischietto, mentre orde di teenager pettinati come Skrillex sfrecceranno davanti a lui con lo stereo appalla, ascoltando musica scaricata gratuitamente ma, soprattutto, legalmente.

Le misure cautelari

E’ da qualche tempo che ci frulla in mente l’idea di scrivere due righe sulla fondamentale distinzione tra misure cautelari, da un lato, e pena, inflitta a seguito di condanna, dall’altro.

Con sempre maggior frequenza, infatti, ci capita – in questo periodo – di assistere a generalizzate manifestazioni di sconcerto per la mancata carcerazione di soggetti a vario titolo coinvolti nei più disparati reati senza che, tuttavia, queste persone siano ancora state condannate ad alcuna pena.

Addirittura, nella giornata di ieri (con una coda di polemiche destinata a non placarsi), profondo sconcerto è stato causato da una sentenza emessa dalla Corte di Cassazione, con la quale la stessa ha re-inviato al Tribunale del riesame, un fascicolo relativo ad un procedimento in corso per un reato di violenza sessuale di gruppo, in riferimento al quale erano state assunte delle misure cautelari nei confronti di uno o più imputati, affinché lo stesso Tribunale compia una valutazione (costituzionalmente orientata) dell’applicabilità delle misure cautelari, ai sensi dell’articolo 275 del codice di procedura penale (riguardante i criteri di scelta delle misure cautelari), considerando l’intervenuta pronuncia – con sentenza n. 265/2010 – della Corte Costituzionale, con la quale questa ha dichiarato, lo stesso articolo 275 c.p.p., incostituzionale nella parte in cui prevedeva che, fra gli altri, anche per i reati di violenza sessuale fosse “obbligatoria” la scelta della custodia cautelare in carcere, salvo non fossero acquisiti elementi dai quali risultassero non sussistenti esigenze cautelari tout court.

Chiaro?

Fate un respiro.

L’articolo 275 c.p.p., riguardante proprio i criteri di scelta delle misure cautelari, era stato modificato nel 2009 – sull’onda emotiva causata dall’indignazione per un caso di stupro particolarmente crudele, avvenuto a Roma, nello stesso anno –, nel senso che, tranne nel caso in cui non fosse proprio necessario provvedere all’applicazione di misure cautelari, ove ciò si rendesse indispensabile, l’unica misura applicabile avrebbe dovuto essere la custodia cautelare in carcere.

Ora, siccome esistono vari tipi di misura cautelare, con varie gradazioni della costrizione cui l’indagato o l’imputato sono soggetti, il fatto che una tale obbligatorietà di scelta fosse imposta per questi reati è stato ritenuto, dalla Corte Costituzionale, non conforme ai principi di uguaglianza espressi nella carta dei diritti fondamentali.

Nel caso della sentenza di ieri, se abbiamo ben capito, un Tribunale del riesame aveva deciso senza tener conto di questa pronuncia e, a seguito del ricorso in Cassazione presentato dai difensori di uno o di parte dei soggetti coinvolti nel procedimento, è stato invitato dalla stessa Corte a riformulare il proprio giudizio tenendo conto anche della possibilità di provvedere con l’assegnazione di misure cautelari differenti dalla carcerazione.

Tanto (per amore di verità) premesso, il punto non cambia in una prospettiva meno particolare ed in riferimento ad altri casi di cronaca recente.

Giusto per citare un altro esempio: si pensi al caso Schettino.

Titoli a sette colonne per dire che Schettino è ai domiciliari, mentre Lele Mora è in carcere.

Osservazioni di questo tipo non meritano alcuna considerazione e, soprattutto, poggiano – nella migliore delle ipotesi, ove non vi sia cattiva fede – su una errata equiparazione: le misure cautelari, infatti, non sono un’anticipazione della pena!

Schettino non è colpevole, ad oggi. E’ – chiaramente – fortemente indiziato e, probabilmente, colpevole di vari reati, ma non è, oggi, colpevole.

Non si può esigere che sia privato della propria libertà, per questo.

La carcerazione preventiva deve essere sempre l’extrema ratio, cui i giudici siano necessariamente costretti, onde evitare che il soggetto indagato o imputato dia seguito ad una reiterazione del reato, scappi alla giustizia o comprometta il materiale probatorio che può essere rinvenuto a suo carico.

Ma ove sussistano misure ugualmente idonee a prevenire il compimento – ad esempio – di una soltanto di queste illecite attività, ebbene dovrà necessariamente essere scelta l’opzione meno gravosa per la libertà e l’integrità dei diritti della persona indagata o imputata.

Se a sussistere, per esempio, sia solo il pericolo di fuga, gli arresti domiciliari potranno essere una misura sufficiente.

Si potrà poi discutere, nel merito, ogni singola scelta, si potrà dibattere sull’efficienza della singola misura, sia nel caso concreto che in generale; ancora, si potrà polemizzare a lungo sulla lentezza della macchina giudiziaria italiana, in grado di non consegnare alla giustizia, nel minore tempo possibile, soggetti che soltanto a seguito di molti anni risultano effettivamente colpevoli.

Ma non può essere la misura cautelare in sé – presa o non presa, nelle varie gradazioni possibili – ad essere oggetto di un sindacato politico.

La sentenza della Corte di Cassazione di ieri non ha detto che per la violenza sessuale di gruppo non è più necessario il carcere, ha detto un’altra cosa.

E queste, che paiono sottigliezze, sono in verità differenze che pesano come macigni sulla testa di ogni cittadino.

La difesa dei diritti di una sola persona, oggi, è difesa dei diritti della collettività, è difesa dei diritti di un’altra persona, domani.

Conosciamo personalmente ragazzi (un paio, per carità) che, per scambi di persona o imprecise testimonianze, hanno trascorso qualche settimana in carcere, in attesa di giudizio, salvo poi essere scarcerate – uno di questi, senza neppure essere rinviato a giudizio! – perché neanche lontanamente coinvolte nelle vicende contestategli.

E credeteci, se fossero state considerate meglio le reali esigenze cautelari sussistenti nei loro casi, forse, queste persone avrebbero potuto evitarsi un’esperienza tanto sconvolgente quanto ingiusta.

Cercare di capire di cosa si stia parlando, approfondire, contestualizzare, è sempre importante.

Ma forse, per questioni come queste, lo è un po’ di più.

CROCIERA A.D. 2012

Di tutta questa tragedia a cui abbiamo assistito nelle ultime ore, un interrgoativo si pone ai nostri occhi in maniera più evidente, fra tutti: sul pianeta Terra, nell’anno del Signore 2012, è ancora possibile fare (pensare di fare) una crociera, come fino ad ora l’abbiamo concepita?

E’ ancora possibile decidere di costruire 10 palazzi di cinque piani, metterli uno a fianco all’altro, attaccarci un motore enorme e pensare di portarci in giro un numero di persone pari a quelle che possono abitare in una frazione – neanche tanto piccola – della provincia italiana, ritenendo sia un qualcosa di perfettamente normale e, soprattutto, opportuno?

A noi, francamente, qualche dubbio era sorto proprio poche settimana fa, in occasione di un soggiorno veneziano: vedere navi di quelle dimensioni, a pochi metri da una delle città più incredibilmente uniche ed al contempo fragili del mondo, ci era sembrato difficilmente comprensibile.

L’impressione, come già detto in altre occasioni per altri fatti dell’attualità, è che anche il naufragio del Concordia sia, in una qualche maniera, segno di un tempo che sta mutando, testimonianza di una frattura tra un mondo in cui fondamentalmente tutto era ritenuto possibile, ammissibile, comprensibile, ed un altro in cui, semplicemente, certe cose non si possono più fare.

Sul piantea Terra, nell’anno del Signore 2012, con interi arcipelaghi ad un passo dall’essere sommersi a causa del riscaldamento globale, con una guerra (economia) mondiale in corso, con la sempre più preponderante centralità delle tematiche connesse al risparmio energetico nella pianificazione della vita futura del mondo occidentale, andare in giro su di un attrezzo grande come un isolato, perchè è bello, non è cosa buona e giusta, ci pare.

Se poi a guidarlo è il protagonista di uno sketch de La Smorfiamo’, mo’, mo’ ritorno sulla nave – che con il braccio fuori dal finestrino cerca pure parcheggiare in centro, be’ la cosa diventa ancora meno buona.

Non si può, non si può più.

Fatevene una ragione, compratevi una barca a vela, statevene a casa vostra.

Pensate anche agli altri, ogni tanto, cazzo.