Le misure cautelari

E’ da qualche tempo che ci frulla in mente l’idea di scrivere due righe sulla fondamentale distinzione tra misure cautelari, da un lato, e pena, inflitta a seguito di condanna, dall’altro.

Con sempre maggior frequenza, infatti, ci capita – in questo periodo – di assistere a generalizzate manifestazioni di sconcerto per la mancata carcerazione di soggetti a vario titolo coinvolti nei più disparati reati senza che, tuttavia, queste persone siano ancora state condannate ad alcuna pena.

Addirittura, nella giornata di ieri (con una coda di polemiche destinata a non placarsi), profondo sconcerto è stato causato da una sentenza emessa dalla Corte di Cassazione, con la quale la stessa ha re-inviato al Tribunale del riesame, un fascicolo relativo ad un procedimento in corso per un reato di violenza sessuale di gruppo, in riferimento al quale erano state assunte delle misure cautelari nei confronti di uno o più imputati, affinché lo stesso Tribunale compia una valutazione (costituzionalmente orientata) dell’applicabilità delle misure cautelari, ai sensi dell’articolo 275 del codice di procedura penale (riguardante i criteri di scelta delle misure cautelari), considerando l’intervenuta pronuncia – con sentenza n. 265/2010 – della Corte Costituzionale, con la quale questa ha dichiarato, lo stesso articolo 275 c.p.p., incostituzionale nella parte in cui prevedeva che, fra gli altri, anche per i reati di violenza sessuale fosse “obbligatoria” la scelta della custodia cautelare in carcere, salvo non fossero acquisiti elementi dai quali risultassero non sussistenti esigenze cautelari tout court.

Chiaro?

Fate un respiro.

L’articolo 275 c.p.p., riguardante proprio i criteri di scelta delle misure cautelari, era stato modificato nel 2009 – sull’onda emotiva causata dall’indignazione per un caso di stupro particolarmente crudele, avvenuto a Roma, nello stesso anno –, nel senso che, tranne nel caso in cui non fosse proprio necessario provvedere all’applicazione di misure cautelari, ove ciò si rendesse indispensabile, l’unica misura applicabile avrebbe dovuto essere la custodia cautelare in carcere.

Ora, siccome esistono vari tipi di misura cautelare, con varie gradazioni della costrizione cui l’indagato o l’imputato sono soggetti, il fatto che una tale obbligatorietà di scelta fosse imposta per questi reati è stato ritenuto, dalla Corte Costituzionale, non conforme ai principi di uguaglianza espressi nella carta dei diritti fondamentali.

Nel caso della sentenza di ieri, se abbiamo ben capito, un Tribunale del riesame aveva deciso senza tener conto di questa pronuncia e, a seguito del ricorso in Cassazione presentato dai difensori di uno o di parte dei soggetti coinvolti nel procedimento, è stato invitato dalla stessa Corte a riformulare il proprio giudizio tenendo conto anche della possibilità di provvedere con l’assegnazione di misure cautelari differenti dalla carcerazione.

Tanto (per amore di verità) premesso, il punto non cambia in una prospettiva meno particolare ed in riferimento ad altri casi di cronaca recente.

Giusto per citare un altro esempio: si pensi al caso Schettino.

Titoli a sette colonne per dire che Schettino è ai domiciliari, mentre Lele Mora è in carcere.

Osservazioni di questo tipo non meritano alcuna considerazione e, soprattutto, poggiano – nella migliore delle ipotesi, ove non vi sia cattiva fede – su una errata equiparazione: le misure cautelari, infatti, non sono un’anticipazione della pena!

Schettino non è colpevole, ad oggi. E’ – chiaramente – fortemente indiziato e, probabilmente, colpevole di vari reati, ma non è, oggi, colpevole.

Non si può esigere che sia privato della propria libertà, per questo.

La carcerazione preventiva deve essere sempre l’extrema ratio, cui i giudici siano necessariamente costretti, onde evitare che il soggetto indagato o imputato dia seguito ad una reiterazione del reato, scappi alla giustizia o comprometta il materiale probatorio che può essere rinvenuto a suo carico.

Ma ove sussistano misure ugualmente idonee a prevenire il compimento – ad esempio – di una soltanto di queste illecite attività, ebbene dovrà necessariamente essere scelta l’opzione meno gravosa per la libertà e l’integrità dei diritti della persona indagata o imputata.

Se a sussistere, per esempio, sia solo il pericolo di fuga, gli arresti domiciliari potranno essere una misura sufficiente.

Si potrà poi discutere, nel merito, ogni singola scelta, si potrà dibattere sull’efficienza della singola misura, sia nel caso concreto che in generale; ancora, si potrà polemizzare a lungo sulla lentezza della macchina giudiziaria italiana, in grado di non consegnare alla giustizia, nel minore tempo possibile, soggetti che soltanto a seguito di molti anni risultano effettivamente colpevoli.

Ma non può essere la misura cautelare in sé – presa o non presa, nelle varie gradazioni possibili – ad essere oggetto di un sindacato politico.

La sentenza della Corte di Cassazione di ieri non ha detto che per la violenza sessuale di gruppo non è più necessario il carcere, ha detto un’altra cosa.

E queste, che paiono sottigliezze, sono in verità differenze che pesano come macigni sulla testa di ogni cittadino.

La difesa dei diritti di una sola persona, oggi, è difesa dei diritti della collettività, è difesa dei diritti di un’altra persona, domani.

Conosciamo personalmente ragazzi (un paio, per carità) che, per scambi di persona o imprecise testimonianze, hanno trascorso qualche settimana in carcere, in attesa di giudizio, salvo poi essere scarcerate – uno di questi, senza neppure essere rinviato a giudizio! – perché neanche lontanamente coinvolte nelle vicende contestategli.

E credeteci, se fossero state considerate meglio le reali esigenze cautelari sussistenti nei loro casi, forse, queste persone avrebbero potuto evitarsi un’esperienza tanto sconvolgente quanto ingiusta.

Cercare di capire di cosa si stia parlando, approfondire, contestualizzare, è sempre importante.

Ma forse, per questioni come queste, lo è un po’ di più.

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CROCIERA A.D. 2012

Di tutta questa tragedia a cui abbiamo assistito nelle ultime ore, un interrgoativo si pone ai nostri occhi in maniera più evidente, fra tutti: sul pianeta Terra, nell’anno del Signore 2012, è ancora possibile fare (pensare di fare) una crociera, come fino ad ora l’abbiamo concepita?

E’ ancora possibile decidere di costruire 10 palazzi di cinque piani, metterli uno a fianco all’altro, attaccarci un motore enorme e pensare di portarci in giro un numero di persone pari a quelle che possono abitare in una frazione – neanche tanto piccola – della provincia italiana, ritenendo sia un qualcosa di perfettamente normale e, soprattutto, opportuno?

A noi, francamente, qualche dubbio era sorto proprio poche settimana fa, in occasione di un soggiorno veneziano: vedere navi di quelle dimensioni, a pochi metri da una delle città più incredibilmente uniche ed al contempo fragili del mondo, ci era sembrato difficilmente comprensibile.

L’impressione, come già detto in altre occasioni per altri fatti dell’attualità, è che anche il naufragio del Concordia sia, in una qualche maniera, segno di un tempo che sta mutando, testimonianza di una frattura tra un mondo in cui fondamentalmente tutto era ritenuto possibile, ammissibile, comprensibile, ed un altro in cui, semplicemente, certe cose non si possono più fare.

Sul piantea Terra, nell’anno del Signore 2012, con interi arcipelaghi ad un passo dall’essere sommersi a causa del riscaldamento globale, con una guerra (economia) mondiale in corso, con la sempre più preponderante centralità delle tematiche connesse al risparmio energetico nella pianificazione della vita futura del mondo occidentale, andare in giro su di un attrezzo grande come un isolato, perchè è bello, non è cosa buona e giusta, ci pare.

Se poi a guidarlo è il protagonista di uno sketch de La Smorfiamo’, mo’, mo’ ritorno sulla nave – che con il braccio fuori dal finestrino cerca pure parcheggiare in centro, be’ la cosa diventa ancora meno buona.

Non si può, non si può più.

Fatevene una ragione, compratevi una barca a vela, statevene a casa vostra.

Pensate anche agli altri, ogni tanto, cazzo.

Consigli (fuori luogo) per gli acquisti

Se avete avuto modo di sfogliare qualche rivista, in questo periodo, avrete certamente avuto l’occasione di osservare con i vostri occhi il completo scollamento che il mondo del marketing – in campo editoriale –  sembra mostrare, ultimamente, rispetto al paese reale.

Complici le festività imminenti, infatti, le proposte per gli acquisti che i magazine suggeriscono ai propri lettori  stanno assumendo – in questo preciso contesto storico-sociale – dei tratti tragi-comici.

Tralasciando la massiccia presenza di publi-editoriali (come vengono definiti) – ovvero di quegli articoli/reportage costruiti ad hoc per pubblicizzare un dato prodotto, solitamente capi d’abbigliamento di un dato sponsor – e proposti un po’ subdolamente alla stregua di veri articoli, davvero sconcertanti sono i suggerimenti in tema di moda ed accessori.

Recentemente, su di un mensile per il pubblico maschile, tra i vari consigli per un perfetto outfit natalizio abbiamo avuto modo di scorgere, tra le altre, un ferma banconote in argento (prezzo su richiesta), un cellulare Vertu (prezzo tra i 5.000 e i 10.000 Euro a seconda delle versioni) ed un maglioncino con collo di pelliccia (prezzo 500 Euro circa).

Premesso che la rivista in questione non punta specificamente ad un target di livello così alto da considerare irrisorie cifre come quelle indicate, non possiamo fare a meno di domandarci quanti tra i suoi lettori possano permettersi un cellulare da 5.000 Euro?

Ora, non ne facciamo necessariamente una colpa a chi il giornale lo confeziona e a chi cerca di barcamenarsi tra l’esigenza di vendere un prodotto ad un prezzo concorrenziale e quella di garantire una certa qualità dello stesso, sia dal punto di vista strettamente editoriale (materiali, impaginazione, ecc.), sia nei contenuti, necessitando, dunque, di determinati introiti pubblicitari.

L’impressione, tuttavia, è di avere a che fare con qualcosa di troppo. L’impressione è quella di parlare con un amico che si è rincoglionito e che a corrente alterna introduca discussioni su questioni assolutamente concrete ed interessanti e, da un momento all’altro, si trasformi in un piccolo Briatore wannabe, come in preda ad un disturbo bipolare della personalità.

L’impressione è che a perdere, in definitiva, sia proprio chi preme perché al pubblico siano offerti contenuti di questo tipo – in altre parole gli sponsor stessi – con l’innesco di un circolo vizioso che potrebbe (potrà) danneggiare, in ultima battuta, proprio gli editori e chi il giornale si piega a realizzarlo secondo i dettami del “finanziatore” di turno.

Una pagina ogni due di pubblicità alla Rolex non mi convincerà a spendere 15.000 euro per un Daytona in oro rosa. Mi farà soltanto pensare che chi li spende non ha di meglio da fare nella vita, che alla Rolex non hanno capito un tubo di cosa sta succedendo fuori dalla porta della loro fabbrica e che chi ha deciso di mettere quelle pubblicità nel suo giornale, nella migliore delle ipotesi, non capisce nulla di cosa sta dicendo e offrendo al suo pubblico.

Chiunque intende commercializzare prodotti riservati a nicchie di super abbienti provi a considerare l’ipotesi di proporre un’immagine differente. Sponsorizzi opere benefiche, umanitarie, dia prova di essere un’azienda condotta da persone in grado di comprendere il momento di difficoltà in cui stiamo vivendo. E di questo dia visibilità nelle proprie campagne pubblicitarie!

Quanto ai giornali e ai loro direttori, facciano attenzione. Il sentimento di nausea di cui parliamo è comune a molti lettori. Continuare su questa strada non sarà proficuo, né per chi i giornali li confeziona né per chi intende farsi pubblicità sugli stessi.

In un mondo ad informazione quasi perfetta, come il nostro, chiunque dimostri agilità di pensiero, spirito d’innovazione, umiltà nel riconoscere un’esigenza di cambiamento, è sempre e certamente premiato.

Scatto Fisso Forgood 2011

Torna per il secondo anno consecutivo Scatto Fisso Forgood, l’iniziativa realizzata dagli amici di Biascagne Cicli per raccogliere proventi per la fondazione Città della Speranza, che si occupa di finanziare il centro di oncoematologia perdiatrica di Padova e, all’interno dello stesso, contribuire alla ricerca scientifica.

I ragazzi di Biascagne hanno allestito, proprio come l’anno scorso, un’ottima fixed – anche quest’anno su telaio vintage; quella che vedete nella foto – che dalla serata di ieri, sino al giorno 11 dicembre alle ore 21:00, sarà in vendita all’asta su e-bay.

L’anno scorso la bici è stata portata via per 825 Euro. Roba da sottocosto.

Proprio per questo, ci preme ricordarvi quanto sia importante che l’asta non sia oggetto delle consuete strategie utilizzate per acaparrarsi gli oggetti in vendita al prezzo più basso possibile.

In altre parole: offrite realmente quanto potete permettervi, ma non aspettate le 20:59 dell’ultimo giorno per fare la vostra puntata. L’obbiettivo è aiutare non risparmiare.

Per altre info e tante foto particolareggiate potete fare riferimento al sito di Biascagne, proprio qui.

L’asta invece la trovate qui.

Nel nome del popolo italiano

Ciò che questa crisi economica sta facendo prepotentemente emergere, a parere di chi scrive, è un dato fondamentale per lo sviluppo della civiltà occidentale: l’esigenza di apporre dei correttivi al sistema democratico così come oggi è concepito.

In poche parole: l’attuale crisi del debito è dovuta ad una degenerazione del costo degli interessi sul debito stesso. Il debito non dovrebbe esistere. Un governo, un ente, una società, dovrebbe avere un attivo e con quello investire, fornire servizi, eccetera. Proprio come per un’azienda privata, può darsi sia utile avere una sorta di fido, delle linee di credito che permettano di compiere determinate attività in mancanza di liquidità ma nella consapevolezza che l’assenza di denaro dipende unicamente da temporanei flussi di cassa. Ora non ho soldi, ma mi servono e so che di qui ad un tempo x li avrò per restituirli a chi mi permette, prestandomeli, di svolgere determinate attività utili al funzionamento dell’impresa – o del sistema paese.

Che succede ad un tratto? Succede che la classe politica, al fine – più o meno diretto, mediato o immediato – di creare consenso, comincia a spendere (o a promettere di farlo) per importi maggiori di quanto non possa prevedere di sostenere. Lo fa continuando a garantire determinate forme di tutela, o fornendo contributi, denaro, privilegi, a: lavoratori, pensionati, dipendenti pubblici, lobby a vario titolo individuabili, ordini professionali, classi dirigenti, al proprio elettorato di riferimento.

La politica smette di operare per il fine ultimo ed opera unicamente per assecondare le esigenze contingenti dei propri elettori.

Il popolo smette di tutelare i propri interessi generali e dà rappresentanza unicamente a chi è in grado di tutelare gli interessi particolari delle frazioni che lo compongono.

Apparentemente è una scelta legittima, di per sé i vari componenti della classe elettorale dovrebbero dare rappresentanza a soggetti che andranno a bilanciarsi gli uni con gli altri nella loro funzione di portatori di interessi specifici.

Tuttavia, questo equilibrio svanisce lentamente – o mai si forma – con il progressivo consolidarsi di posizioni tipizzate, per così dire, le quali in una sorta di ricatto, garantiscono voti unicamente a fronte di concessioni (in senso lato, nei termini prima brevemente descritti).

L’Italia è un Paese formato prevalentemente da persone adulte, in particolare di mezza età, in particolare anziane. Si tratta di generazioni che, proprio nell’ottica sopra descritta, hanno – sino ad ora – chiesto ed ottenuto dalla classe politica determinate garanzie e vantaggi. Oggi rappresentano la maggioranza. Non vi è spazio per un bilanciamento di interessi, in un ottica meramente rappresentativa, con le esigenza di chi abbia un’età compresa entro i 30 anni. Non vi è spazio perché il peso elettorale di questa fascia di popolazione non è in grado di influenzare a tal punto, quella politica del consenso sopra descritta, di modo che si decida di promuovere politiche che vadano a ledere gli interessi della maggioranza anziana in favore della minoranza giovane. Come un’insaziabile bulimico, il popolo italiano, per anni ha chiesto ancora ed ancora. Ha chiesto più tutele, più sovvenzioni, più pensioni anticipate, più agevolazioni, più chiusura del mercato, più denaro, più servizi. E la classe politica, come un cortigiano asservito ha detto tieni.

Essere impopolari oggi è l’unica via per salvare la situazione esistente.

La classe politica greca, che propone un referendum sull’adesione agli accordi di ristrutturazione del debito, così come raggiunti in sede europea, è la palese dimostrazione della fallacia del sistema democratico oggi funzionante. Quello stesso popolo greco formato da dipendenti pubblici che in anni passati è giunto a percepire 15 mensilità in un anno solare (quindici!), quello stesso popolo greco formato da individui la cui età pensionabile media è stata per anni individuabile nella soglia dei 61 anni (in Germani, l’età minima è di 65 anni), quello stesso popolo che ha sostenuto rappresentanti  che hanno posto in essere politiche economiche evidentemente inefficienti, è oggi chiamato a dire se voglia o meno sostenere dei durissimi sacrifici per raddrizzare le sorti del paese che esso stesso costituisce. Anzi, non è lo stesso popolo: è un popolo composto dalle persone che ne hanno beneficiato oggi con prospettive di vita sensibilmente diminuite, poiché invecchiate nel frattempo, e da giovani che di quei vantaggi non hanno mai usufruito e che però dovrebbero sopportarne il costo. Quale sarà mai la scelta che i greci potrebbero esprimere?

Antonio Di Pietro ha fatto sapere che un eventuale governo tecnico non avrà il supporto del suo partito. L’Idv voterà unicamente gli eventuali provvedimenti che dovesse di volta in volta ritenere condivisibili. In questi termini, in particolare, si è espresso l’ex magistrato sull’ipotesi di un governo di emergenza nazionale: «Si paventa un governo che risponde al sistema bancario, al sistema finanziario e addirittura a quello della speculazione. Non è il sistema degli interessi dei cittadini italiani che non sono fatti dalle banche. Bisogna distinguere la realtà dalla disinformazione che è ormai in mano al sistema bancario e finanziario».

Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica, ieri sera ospite alla trasmissione di Lilly Gruber, Otto e mezzo, ha espresso in maniera formidabile le sue opinioni in merito alla attuale crisi e alle sole possibili soluzioni. La cosa fenomenale è che il contenuto delle sue affermazioni aveva il tono della più liberale delle reprimende, un altro pianeta rispetto alle considerazioni di bassa levatura che oggi sono proprie dei nostri rappresentanti politici. Si trattava di considerazioni assolutamente condivisibili e che sono le stesse che vengono espresse dalla classe dirigente di tutti i paesi dell’economia occidentale, allorquando si interessano delle nostre sorti – ed, in questo periodo, lo stanno facendo con molta attenzione.

Bisogna effettuare delle riforme. Riformare significa cambiare, cambiare l’attuale stato delle cose. Attuale stato delle cose che, evidentemente, non è efficiente, non garantisce una corretta ripartizione delle risorse, non garantisce sviluppo, non permette ad una importante quantità di persone di avere certezze circa il proprio futuro economico ed assistenziale. Cambiare significa incidere anche sui propri diretti interessi, comprimendoli in parte, mettendo a disposizione le proprie risorse per la creazione di un sistema che funzioni meglio.

Di Pietro si è detto contro la macelleria sociale, è stato riportato a Scalfari. E’ come dirsi contrari ai gangster, ha risposto lui.

Dire oggi, come fa Di Pietro, che un governo tecnico rappresenterebbe una scelta al soldo delle banche, dire oggi di dover tutelare le classi che lui definisce “più deboli” è dire oggi: noi non vogliamo assumerci la responsabilità di cambiare le cose. Certamente, ci sono le inefficienze, ci sono numerosi provvedimenti che possono essere assunti così da poter rinvenire risorse necessarie a risanare i bilanci da altro che non sia (direttamente, si badi solo direttamente) la maggioranza della popolazione. Ma il punto è che è proprio questa maggioranza ad aver causato involontariamente ed in gran parte il dissesto cui oggi assistiamo.

Ecco perché serve un governo tecnico: serve qualcuno che di mestiere non faccia il politico e la cui ambizione non sia essere ri-eletto o rappresentare l’interesse specifico di qualcun altro.

Serve qualcuno che metta mano alle pensioni, al mercato del lavoro, qualcuno che privatizzi, smobiliti, cambi le cose, qualcuno che dica: tu hai preso troppo, ora devi dare.

E a farlo non può certamente essere qualcuno scelto dal popolo: perché il popolo ha dato sino ad ora prova di non essere in grado di individuare figure realmente in grado di pensare al bene della collettività, al suo bene.

Civilization

Quando si parla di civiltà si parla della capacità di essere parte di una comunità, di pensare che la propria vita, in dati contesti urbani, si svolge, è relazionata ed irrimediabilmente interdipendente, a quella di altre persone.

E l’esistenza di questa capacità è dimostrata dalla compartecipazione di tante piccole attenzioni, tanti piccoli gesti che, tutti sommati, denotano la presenza – nell’animo della persona civile – della coscienza di questa inevitabile correlazione.

Non è dunque il singolo episodio a dimostrare l’inciviltà di una persona o di una cittadinanza.

E’ la sistematica incapacità di pensare che ogni gesto che si compie, anche il più piccolo, assume rilevanza in un contesto sociale, a farlo.

E’ il non fermarsi di colpo in mezzo alla strada, ad un marciapiede, all’ingresso di un vagone della metropolitana; è il non parcheggiare la propria automobile dove dovrebbe poter camminare qualcun altro, magari poter transitare con un passeggino, con una carrozzina; è l’evitare di scrivere sui muri, di occupare i marciapiedi con le verande dei propri locali, di sporcare ingiustificatamente le strade; è l’attenzione a non urtare nessuno con il proprio ombrello, non schizzarlo con la propria automobile, non urlare in tarda notte per la strada. E’ tutto questo a dimostrare il contrario.

In questo senso, è anche – e purtroppo per qualcuno – prestare attenzione a che non stia sopraggiungendo nessuno quando si apre lo sportello della propria vettura.

Certo poi ci sono i motivi e le esigenze contingenti, ci sono gli errori, c’è la vita vera, di ogni giorno.

Ma come detto, è l’animus ad essere indicativo: è il fare una cosa senza pensare agli effetti che questa avrà sull’ambiente circostante, perché di questi effetti non si ha la benché minima percezione.

I benefici che gli esseri umani possono trarre dall’esperienza di vivere assieme gli uni con gli altri sono davvero straordinari. L’inarrestabile processo di urbanizzazione che è in atto in tutto il mondo da oramai qualche secolo, lo dimostra ampiamente.

Le persone traggono un vantaggio dall’agglomerarsi, dal vivere a stretto contatto.

Così facendo sono in grado di avere maggiori opportunità di scambio, possono creare vicendevoli occasioni di lavoro, possono conoscere di più e più velocemente.

Tutto ciò rende irresistibilmente attraente la vita in comunità.

Ma questi vantaggi sono in grado di essere irrimediabilmente corrotti se chi fa parte di questa collettività non è in grado di comprendere che, a fronte di questi vantaggi, è necessario concedere qualcosa gli uni agli altri.

Tutti questi vantaggi se ne vanno a quel paese se non si riesce a fare propria, ad avere sempre presente, l’idea che, per goderne, è necessario sacrificare un pochino del proprio io, ed è necessario farlo anche se questa cosa, a volte, ci dà un casino di fastidio.

Notizia del giorno – B. posticipa uscita nuovo album

Il controverso Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi avrebbe apparentemente deciso di ritardare l’uscita del suo nuovo album, “Vero amore”, a causa dei problemi finanziari del suo paese e del procedimento giudiziario che lo vede accusato di aver pagato per fare sesso con una prostituta presunta minorenne all’epoca dei fatti.L’album, il quarto con il chitarrista ed ex autista-parceggiatore Mariano Apicella, avrebbe dovuto essere pubblicato nel mese di settembre. Tuttavia, stando a quanto riportato dal Guardian, l’uscita sarebbe stata posticipata al 22 novembre a causa degli impegni che vedono Berlusconi coinvolto nella risoluzione del problema del debito pubblico nonchè degli attuali problemi connessi al suo incarico di governo.Berlusconi, che in gioventù cantava sulle navi da crociera, ha cantato per una serie di suoi colleghi leader, tra cui Tony Blair, Vladimir Putin e George W. Bush, nella sua villa in Sardegna – lo stesso posto in cui i suoi famigerati “bunga-bunga” party ebbero  luogo.

Uno degli altri musicisti dell’album, Angelo Valsiglio, ha detto in un’intervista rilasciata alla rivista italiana di musica Viva Verdi che il disco è una “produzione veramente elegante e raffinata, con sentori brasiliani”.

Sul punto cfr. NWTF.

FAN CLUB | Fabio Volo

Con FAN CLUB, NWTF vi permette di immergervi nel fantastico mondo dei più sfegatati fan della pop-osphere.

Oggi è il turno di Fabio Volo e dei suoi fantastici supporter.

Qui la prima puntata su Federica Pellegrini.

P.s.: per l’effetto lo-fi delle prime immagini rivolgersi direttamente a WordPress, sapranno come aiutarvi.

Immagine del giorno – LA PISTOLA D’ORO

Si accettano scommesse sull’aspettativa di vita di Ahmed Shabani, 18 anni, detto il Tevez del deserto, dopo che la stampa mondiale lo ha molto riservatamente indicato come

COLUI CHE HA UCCISO GHEDDAFI E CHE FORSE AVRA’ UN PREMIO DI 20 MILIONI DI DOLLARI PER QUESTO.

Nella foto, lo vedete ritratto con la pistola d’oro che il Raìs pare portasse appresso al momento della sua uccisione.

Ahmed se la gode prima che Sarkozy gliela strappi di mano per giocarci lui.

PERCHÈ NON SANNO QUELLO CHE FANNO

Davvero non riusciamo a ricordare chi l’abbia detto – certamente Baricco nel suo “I barbari” ma anche qualcun altro, di recente, insieme a lui – fatto sta che ci è capitato di leggere un’interessante considerazione sui mutamenti che la società contemporanea sembra stia vivendo.

Il nocciolo della questione era questo: stiamo attraversando un momento di rottura, un momento traumatico, un momento in cui generazioni di persone, d’improvviso, si trovano spiazzate ed incapaci di comprendere un linguaggio nuovo, accadimenti nuovi, eventi inspiegabili con lo strumentario intellettuale e comunicativo che fino ad ora era stato utile a vivere nel mondo che le ha circondate.

Non c’è gradualità in questo cambiamento, non c’è evoluzione: c’è rottura, c’è un sorpasso senza possibilità di replica. D’improvviso arrivano gli alieni, i barbari appunto, che parlano d’altro, fanno altro, e chi già c’era resta lì imbambolato e risponde – prova a farlo, sbagliando – come avrebbe fatto ad un suo contemporaneo.

Ecco, l’impressione di chi vi scrive è che questo salto, questo sorpasso, si stia manifestando ogni giorno in maniera più evidente, in ognuno degli aspetti della vita che ci circondano.

C’è una oramai definitiva rottura nella società: ci sono milioni di persone che non comprendono cosa significhi, a che cosa serva, occupare Wall Street; non comprendono cosa significhi informarsi attraverso Twitter, non comprendono il significato e le dinamiche dei processi decisionali condivisi sul web; non capiscono come possa essere attendibile un sistema wiki, non riescono più ad attribuire un valore alle informazioni, alle opere creative, al tempo.

Chi occupa ruoli apicali, specialmente chi ha a che fare con la comunicazione, è più facilmente esposto – perché è identificabile, ci mette la faccia, e l’incapacità di relazionarsi al nuovo si mostra a tutti impietosa.

Di signori Politi è piena l’Italia ed è probabilmente pieno il mondo – anche se, forse, nel nostro Paese ce n’è qualcuno in più.

Non è colpa loro, non è colpa sua; la verità è che i signori Politi semplicemente non capiscono: non capiscono che un mondo così non c’è più e non ci sarà più.

Non capiscono la rivoluzione in atto, non capiscono che serve imparare tutto daccapo, se non si comprende il nuovo linguaggio che si sta diffondendo. Un linguaggio basato sulla circolazione delle informazioni, sulla trasparenza, sulla partecipazione, sulla orizzontalità dei ruoli, del sapere: una cosa pazzesca, mai vista, roba che non sai neanche come prenderla.

E’ un’isola che sta per essere sommersa lentamente, un’epidemia inarrestabile: cari signori Politi, si sta sgretolando tutto, non lo vedete? Non vi resta che sedervi e provare a capire, cercheremo di insegnarvi almeno i fondamentali; davvero, ve lo promettiamo.