Megaupload, Lost e i produttori di carrozze

Non si trova più un cazzo.

Questa è la seccante novità con cui abbiamo dovuto fare i conti, l’altra sera, quando – come da qualche tempo a questa parte siamo abituati a fare – ci siamo dedicati alla ricerca di un link per il download di un film per la serata.

La chiusura di Megaupload/Megavideo è stata, infatti, soltanto la parte più mediaticamente risonante di un’operazione di “ripulitura” del web che ha coinvolto svariati siti di file sharing e che, come effetto collaterale, sembra avere convinto molti degli altri esistenti a rimuovere, dai propri server, materiale protetto da copyright, al fine di evitare lo stesso trattamento subito dal cicciobombo-in-salsa-crauti della pirateria informatica mondiale.

Se, in sostanza, per un dato film x, fino a poco tempo fa, era possibile rinvenire una media di 4-5 collegamenti in grado di permetterne il download o la visione in streaming, oggi, la media di risultati utili è di poco superiore allo zero.

Di tutta la vicenda, tuttavia, una cosa, in particolare, ci siamo ritrovati a considerare, l’altra sera, con chi condivideva con noi gli sforzi nella ricerca: se il film non lo trovo, non lo vedo, punto.

E tale considerazione è diametralmente opposta al presupposto che pare muovere chi si profonde per un incremento della coercizione in tema di copyright, ovvero: non trova il film (o qualsiasi altro contenuto), quindi lo compra.

E’ questa fondamentale differenza il terreno su cui davvero si gioca tutta la partita, adesso. Perché è evidente che il problema, in questo dato momento storico, in verità, è il modello di business adottato da chi produce materiale protetto.

Non deve necessariamente e non può più essere soltanto il contenuto protetto, in sé, a garantire introiti a chi lo abbia ideato o prodotto. E’ necessario lavorare su tutto ciò che a questo sta introno: non sarà più il disco, ma saranno i concerti, il merchandising, la pubblicità (ad esempio, sul sito internet del cantante/produttore) a garantire un ritorno economico. Non sarà più soltanto la vendita di dvd al dettaglio, o la distribuzione nei cinema, a garantire introiti alle case cinematografiche; saranno le pubblicità ad essi legate o i prodotti a vario titolo derivati dal film e commercializzati, a farlo.

Sono solo esempi, ma sono argomenti che, insieme a numerose altre considerazioni che pure possono essere effettuate, sono in grado di rendere, nel complesso, le soluzioni prospettate dai “proibizionisti” poco convincenti.

E’ innegabile, ad esempio, che – per quanto riguarda il mercato cinematografico – le grandi produzioni, pur certamente intaccate nei loro margini di guadagno dal fenomeno della pirateria, non abbiano cessato né di esistere né di realizzare corposi utili – si pensi a pantagrueliche realizzazioni come il recente Mission Impossible.

E’ il mercato, quindi, a smentire, in parte, le previsioni catastrofiste di chi sostiene che la pirateria potrebbe causare contrazioni nella realizzazione di grandi “colossal”, non più remunerativi per il loro sfavorevole rapporto costi/incassi (diretti).

Ancora: non sta scritto da nessuna parte che il volume d’affari generato, negli scorsi decenni, dal mercato musicale/artistico (a vario titolo individuato), debba mantenersi immutato nei secoli dei secoli.

In ambito musicale, ad esempio, il modello di business che ha imperato sino alla fine degli anni ’90, oggi, semplicemente, non è più remunerativo. Peccato. Continuerà a fare musica unicamente chi è mosso dalla passione, come, per altro, ha sempre fatto un esercito di sconosciuti autori e cantanti che è riuscito a barcamenarsi nella vita, senza necessariamente diventare una rock star.

Quanto all’indotto generato da questo tipo di industria, be’ esso dovrà semplicemente rassegnarsi all’idea che una parziale riconversione è, purtroppo, inevitabile.

Esempio abusatissimo, nei trattati e nelle conferenze in tema di diritto della proprietà intellettuale, è quello dei produttori inglesi di carrozze che – andiamo a memoria, potremmo essere non perfettamente puntuali in questa ricostruzione –, nei primi anni dello scorso secolo ottennero fosse imposto, alle (sempre più diffuse) automobili, di dover necessariamente procedere, nell’attraversamento dei centri abitati, a velocità ridottissima e preceduti da un uomo che, munito di bandiera e fischietto, avvertisse del transito di questi mezzi, dei quali era sostenuta l’estrema pericolosità.

Le automobili hanno vinto, i produttori di carrozze (e tutto ciò che intorno ad essi ruotava) hanno perso.

Vedere gratuitamente l’ultima puntata di Lost non sarà un diritto, ma farlo a pagamento non è nemmeno un dovere, e su questo devono riflettere tutti i soggetti coinvolti in questo dibattito.

L’enorme diffusione di materiale culturalmente rilevante che la dematerializzazione dei supporti ha garantito è un effetto dalla portata non ancora perfettamente compresa e dal valore – anche economicamente rilevante – inestimabile.

Consentire l’accesso a materiale protetto da diritto d’autore a milioni di nuovi soggetti è un qualcosa indubbiamente in grado di aumentare esponenzialmente  le potenzialità di numerosi mercati già esistenti.

Come non considerare tutto ciò?

Ciò che va fatto, ora, è analizzare tutti gli elementi che compongono questo quadro ed individuare le soluzioni più efficaci per cercare di trarre un vantaggio – anche economico, certamente! – dalla probabile evoluzione che lo scenario attuale potrà assumere.

Chi produce carrozze, oggi, deve concentrarsi al più presto sulle automobili, o si ritroverà a sventolare una bandiera, con in bocca un fischietto, mentre orde di teenager pettinati come Skrillex sfrecceranno davanti a lui con lo stereo appalla, ascoltando musica scaricata gratuitamente ma, soprattutto, legalmente.

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Current si salvi da solo

E’ storia degli ultimi giorni la decisione di Sky di cancellare dal proprio bouquet il canale Current TV.

Tutta la dietrologia sorta sulle motivazioni che hanno portato l’emittente televisiva a decidere di eliminare dalla propria offerta il canale di informazione fondato da Al Gore, si concentra sul presunto ruolo che Rupert Murdoch avrebbe giocato al fine di eliminare quella che viene da molti ritenuta una testata scomoda per gli interessi politici dell’imprenditore australiano.

In sostanza il mandante del killeraggio di Current sarebbe proprio Murdoch che, per non ben identificati motivi – si va dalla volontà di aggraziarsi Silvio Berlusconi al fine di favorire lo sbarco di Sky sul digitale terrestre, all’indigesta assunzione da parte di Current U.s.a. del giornalista Keith Olbermann, appena cacciato dalla stesa Sky – avrebbe intimato alla filiale italiana del suo network di epurare la sua offerta dalla presenza dell’odiato canale.

Quale che sia il motivo, due cose paiono non essere chiare fino in fondo.

Innanzi tutto, non si comprende dove sbagli l’editore che decida coscientemente di dare un dato indirizzo al media che produce.

Sky è una società privata, riconducibile nella proprietà a più soggetti che hanno come principale interesse quello di fare profitto.

E’ il capitalismo, ideologia cardine di quella stessa nazione di cui Al Gore ha cercato invano di divenire presidente.

Le tv di Murdoch si sono dichiaratamente espresse in senso negativo rispetto dell’attuale presidenza Obama – nota è la querelle tra quest’ultimo ed il canale Fox – e nel 2010 gli organi di stampa americani hanno diffuso la notizia di un cospicuo finanziamento elargito da parte dello stesso magnate al partito repubblicano per mezzo della società, ad esso riconducibile, News Corporation.

Il tutto sebbene nel 2006, lo stesso Murdoch avesse gestito un fondo per la raccolta di finanziamenti per la campagna elettorale dell’allora senatrice Hilary Clinton, candidata nuovamente al senato.

Si tratta di un’attività di lobbying che è parte integrnate del sistema politico americano.

Nessuno si scandalizza per questo negli Stati Uniti e non si comprende perchè qualcuno lo debba fare in Italia.

Murdoch non ha più interesse a produrre Current TV, quali che siano gli specifici motivi, e nessuno può muovere alcun appunto a questa scelta.

Secondariamente, ciò che ci pare davvero incomprensibile, è l’ostinazione con cui i membri della redazione italiana del canale di informazione ed intratenimento stanno cercando di rimanere a bordo di un treno che palesemente va in una direzione incompatibile con quella che quelle stesse persone hanno rappresentato finora di voler intraprendere.

Se il giornalismo libero è davvero la bandiera che questi signori vogliono portare in alto nel loro percorso professionale, come pensano di poter lavorare ancora – e come sono riusciti a farlo finora – per un network privato, dalle dimesnioni e dagli interessi necessariamente particolari e diversi da quelli che loro vogliono tutelare?

Perchè non rafforzare l’offerta su internet?

La redazione c’è già, il “costo di avviamento” è già stato sobbarcato dalla stessa azienda che proprio oggi li sta rinnegando, perchè non prendere armi, bagagli e sponsorizzazioni e piantare definitivamente le tende nel mondo della libera informazione?

E’ evidente che i soldi fanno comodo a tutti, che chi ha deciso di fare il giornalista non ha scelto di fare l’imprenditore (e non è detto neppure che ne sia capace).

Ma illustri testimonianze, proprio di questi tempi, stanno a dimostrare che la cosa è possibile ed anzi, molto spesso è in grado di dare un tornaconto, a livello di immagine e di attendibilità percepita da parte dei lettori, che nessun emittente, nessuna televisione è in grado di dare.

Il pubblico di Current è in grado di sopportare un passaggio del genere e l’intera offerta potrebbe addirittura risentire in maniera positiva di una decisione di questo tipo.

Si salvi da solo Current e lasci petizioni e raccolte di firme ad un mondo e a generazioni che nel giro di pochi anni saranno inevitabilmente sopraffatte dalla storia.