La Chiesa è mia e me la gestisco io

Matteo Bordone ha pubblicato stamattina un post molto risentito per lamentare le presunte ingerenze di cui la Chiesa Cattolica sarebbe costantemente protagonista in tutta una serie di tematiche che – a suo dire – non dovrebbero riguardarla e che avrebbero come comune filo conduttore il fatto di riguardare, a vario titolo, la “gestione” che, del proprio corpo, ogni essere umano compie.

La tesi di fondo, in buona sostanza, è: il corpo e le questioni ad esso connesse sono argomenti su cui i preti non si devono esprimere e sui quali, anzi, la devono smettere di speculare nella loro attività di proselitismo.

Il pensiero espresso da Matteo, oltre a trovarci del tutto in disaccordo nel merito e negli argomenti, ci permette di dire un paio di cose circa le “opinioni” della Chiesa e la curiosa concezione di stato laico che hanno molti dei nostri concittadini – e probabilmente anche molti dei nostri lettori.

Prima di farlo è necessaria una premessa:

quanto si sta per esprimere muove esclusivamente da considerazioni di tipo logico ed è scevro da qualsiasi influenza di carattere ideologico.

Non ci interessa, qui, il merito del pensiero cattolico, non è questo il punto, ed anzi, al contrario, vi preghiamo di volervi astrarre il più possibile, a vostra volta, nel cercare di comprendere quanto si sta per dire.

Ogniqualvolta nel nostro Paese sono affrontate questioni – nei dibattiti pubblici, in occasione delle promulgazione di legislazioni – che hanno ad oggetto temi che, in qualche maniera, possono riguardare la coscienza di ogni individuo e sui quali la Chiesa si esprime, assistiamo ad una accesa polemica riguardo alla presunta intollerabile interferenza che quest’ultima opererebbe insistentemente sulle vicende della nostra vita politica (in senso lato).

Vi è un errore di fondo, a nostro avviso, in questo tipo di considerazioni.

L’errore consiste nel formulare un’errata sovrapposizione tra ciò che la Chiesa esprime, afferma, auspica, sostiene, quanto di questo è accolto, fatto proprio, a sua volta sostenuto da chi rappresenta i cittadini nelle istituzioni e, ancora, quanto di questo è condiviso dai cittadini che questi rappresentanti hanno nominato.

Il rapporto è triangolare: abbiamo la Chiesa con la sua dottrina, degli individui che la ascoltano (e che possono condividere o meno quanto da questa affermato) e dei rappresentati di questi ultimi (e da questi ultimi nominati).

Ora, se gli individui concordano o accolgono a vario titolo quanto affermato dalla Chiesa è probabile che cercheranno di fare in modo che chi li rappresenta sia portatore di questo stesso pensiero. Addirittura, probabilmente, questo passaggio avverrà in maniera involontaria: verrà scelto a rappresentarli qualcuno che sia parte di quella stessa comunità e che quindi condividerà in partenza i valori che questa comunità esprime.

Quando la Chiesa afferma di essere contraria all’aborto e i parlamentari cattolici si dicono d’accordo, non abbiamo un’ingerenza della Chiesa nella vita pubblica: abbiamo un soggetto, che rappresenta una porzione di cittadinanza, che condivide il pensiero della Chiesa, e che, in quanto tale, si fa portatore dei valori che la prima vuole porre a fondamento della società che essa costituisce.

Non è la Chiesa a decidere per qualcuno, non è la Chiesa ad imporre qualcosa. La Chiesa fa il suo mestiere, dice ciò che “pensa”. Dopodiché abbiamo delle persone che concordano con questo pensiero e che cercano qualcuno che se ne faccia portatore.

A questo punto, solitamente, viene mossa un’obiezione:

«Ok ma in questo modo la Chiesa decide anche della mia vita: se io voglio sposarmi con un individuo del mio stesso sesso non lo posso fare, se io voglio concepire un figlio con tecniche di inseminazione artificiale che in Italia non sono lecite, non lo posso fare.».

A decidere della vita di tutti è la maggioranza.

Se la maggioranza degli individui di un paese condivide un determinato tipo di idee, purtroppo per chi non è in accordo con questa, le stesse idee verranno “imposte” anche senza il suo consenso.

Il concetto di libertà, di libertarietà non può essere inteso come sovrainsieme del concetto di democrazia.

Ne è, al contrario, l’esatta negazione.

Scelte legislative più liberali – sui temi sopra menzionati, ad esempio – possono consentire a più soggetti di esprimere la propria individualità ma ciò non può essere un argomento sufficiente ad impedire alla maggioranza di decidere di auto-limitarsi, o comunque di imporsi determinate regole di condotta.

Il fatto che lo stato in cui viviamo sia uno stato laico, significa che ogni forma di pensiero, ogni filosofia, ogni religione deve essere messa in grado di poter esprimere il proprio pensiero nella stessa maniera e senza preclusioni di sorta.

Non significa che nessuno di questi soggetti ha diritto di esprimere le proprie “opinioni”!

C’è una violenza intollerabile nel pensiero di chi pretende che la Chiesa, o chi per essa, non debba o non possa più esprimersi su qualsiasi argomento che l’attualità e la vita comunitaria del nostro Paese – per quanto ci riguarda direttamente – possa porre all’attenzione di tutti.

Se il metodo democratico non piace, di questo, se mai, si può discutere!

Qualcuno, in passato, ha avuto modo di definirlo “tirannia della maggioranza”.

Purtroppo, ad oggi, è il sistema di gestione della vita di comunità più efficiente che sia stato escogitato.

Se qualcuno ha un’idea migliore si faccia avanti, ma eviti di prendersela con i preti.

Frase del giorno – Marta Vincenzi #senonoraquando version

Potete seguire Marta Vincenzi distruggere mesi di dibattiti sulla partecipazione femminile alla politica italiana, proprio qui.

Adoriamo le donne autoironiche.

A patto che lo siano consapevolemente.

De rerum trombonis

C’è qualcosa di stupefacente nella capacità della sinistra italiana, dei suoi elettori e della stampa ad essi contigua, di trasformarsi da indefessa paladina della libertà di espressione e di pensiero, a rigidissimo giudice della pubblica morale e coscienza.

Se, così, da un lato, pare giusto legittimare le peggio posizioni assunte da taluno con riguardo, ad esempio, al – rigore a porta vuota alert – Vaticano, al Papa o ai ragazzi che alla religione cattolica sono devoti, ecco che, al contrario, esternazioni altre (da altri provenienti) paiono assumere inspiegabilmente i tratti della  intollerabilità e sono subitanemente oggetto delle più piccate reprimende.

Ultimo straccio di vesti, in tal senso, in ordine di tempo, è quello che sta susseguendo in queste ore alla barzelletta raccontata dal ministro Sacconi, all’evento promosso da Azione Giovani e denominato “Atreju“.

Tromboni di tutto il mondo uniti, per dire che:

E’ una vergogna!

Ma che è il modo di parlare delle violenze sessuali?

Con tutte le violenze sessuali che ci stanno in questo Paese e nel mondo e a New York, ci manca solo che un ministro della Repubblica dica che alle suore di un convento di clausura del ‘600 facesse piacere ricevere le visite dei briganti, che poi non ci lamentiamo se StraussKahn si violenta le cameriere, che questo mondo maschilista è per colpa sua che esistono gli stupratori.

Ora, esiste qualcuno – in questo Pese, in questo mondo – di grazia, che abbia provato un reale sentimento di disagio in relazione alle parole di Sacconi?

Esiste forse?

L’essere umano – macchina perfetta – possiede nel suo armamentario intellettuale uno strumento unico:

l’ironia.

Siamo profondamente convinti che si possa scherzare su tutto, che si possa essere, tutti, così intelligenti da capire che del ridicolo, del paradossale, del divertente, può essere trovato in ogni condizione della vita.

Il nostro blog trae spunto proprio da questa riflessione, da una battuta di Woody Allen che meglio di ogni altra è – a nostro avviso – in grado di trattegiare questa intuizione: in Amore e guerra, Sonja dice a Boris «ehi, certo che esiste Dio, ci ha fatto a sua immagine e somiglianza [per giunta!]», affermazione alla quale Woody Allen-Boris non può fare a meno di far notare la sua difficoltà nel credere che Dio sia poi così simile a lui – Boris: “Mi vedi? Dio porta gli occhiali secondo te?», Sonja: “Non con quella montatura».

L’essere umano è in grado di astrarre, discernere, distinguere, comprendere.

Anche le donne sono in grado di farlo.

Anche le donne che hanno subito una violenza sessuale.

Anche loro sanno comprendere che l’intento di Sacconi era quello di tratteggiare un paradosso, farlo con l’arma dell’ironia, richiamando immagini fantasiose, di abiti sacrali (di costumi, quasi, vien da dire), di ambientazioni antiche.

Non era affatto quello di parlare né di clero, né di violenza sulle donne.

Si voleva parlare di altro, si stava parlando d’altro, non era quello il punto.

E allora diventa tutto una questione di credibilità, di serietà.

Non può essere tutto identico, tutto tragico, tutto sbagliato.

Serve un metro di paragone, serve capire che la parola gravissimo (o gravissima) può essere utile a comprendere lo stato di crisi in cui versa il nostro Paese, ma se usata a sproposito rende tutto uguale, tutto grigio, tutto un po’ meno grave.

Perchè se a provocare tali reazioni è una barzelletta di questo genere, con scarssisima considerazione sarà possibile prendere atto delle critiche espresse su questioni come una legge finanziaria o come il testamento biologico.

E non serve mica essere chissà che esperti di comunicazione per capire cose come questa, basta solo aver sentito, almeno una volta, Lo scherzo del pastore.

Comunali 2011 – orgasmi multipli auto indottisi annebbiano la vista dei commentatori

Chi esulta smodatamente, oggi, per i risultati delle elezioni appena conclusesi, oltre ad aver evidentemente condotto una vita assai avara di soddisfazioni altre sino ad ora, pare  non abbia ben capito quale significato attribuire ai risultati che la tornata elettorale ha portato con sé.

In pochi, ci pare, stanno comprendendo – quanto a Milano, ad esempio – che, di quel 55% ottenuto ai ballottaggi, i dieci punti di distacco rifilati al candidato del centrodestra sono dovuti alla deliberata volontà di una parte dell’elettorato di non appoggiare più un progetto politico ritenuto ormai inefficiente ed inefficace in ogni sua manovra, e non, al contrario, alla volontà di premiare lo schieramento politico opposto.

Ma si badi, non si tratta di un voto punitivo, quanto più di una scelta: si cambia, si cambi, si provi con altri che fino ad ora non hanno provato. Con circospezione, ed anche con un po’ di scetticismo, ma si provi perché così non va.

Tanto più si crede che questa vittoria manifesti la maturata volontà di liberare Milano ed il Paese da una persona, o da un modo di pensare, tanto più si accoglie questa vittoria come una rivincita, come la vittoria finale, quanto più si allontana (nuovamente) questa stessa fondamentale componente dalla propria fascia di elettori.

Non si tratta di una vittoria della sinistra, e chi lo crede non si accorge di ragionare in maniera distorta.

L’ha denunciato D’Alema, sbeffeggiato e deriso da una coltre di commentatori ancora in preda agli spasmi di multipli orgasmi auto indottisi: per proporsi come reale alternativa al centrodestra, il centrosinistra deve riuscire ad intercettare il voto di quei moderati che non si riconoscono più nei candidati e nei programmi che sono proposti dalle forze politiche a cui si sono riferiti sino ad ora.

Piaccia o no, Pisapia non solo ha dato l’impressione di essere un moderato, ma probabilmente lo è per davvero.

Certo le frequentazioni giovanili potrebbero far ritenere che il personaggio sia di tutt’altra pasta, ma guardando oltre, cercando di capire chi si celi davvero al di là delle etichette, ci si trova d’innanzi ad una persona che, per ciò che ha detto durante la campagna elettorale, per quello che non ha detto, per come si è mossa, è riuscita a trasmettere, a quel 10% di elettori che hanno fatto la differenza, l’idea che un uomo di buon senso si stesse proponendo alla guida di Milano.

Una persona tutto sommato normale, con un lavoro tutto sommato normale, capace (apparentemente) di ascoltare i problemi di una città di cui egli stesso è parte, e di cui la sua famiglia rappresenta parte integrante di un sistema economico e sociale.

La borghesia milanese conosce Pisapia e la sua famiglia. Con profondo dispiacere per tutti gli esponenti dei centri sociali che si celano fra i nostri lettori, ci duole comunicare che il signor Pisapia è figlio di uno dei più illustri avvocati che Milano abbia avuto e che da questi ha ereditato lo studio. Un garantista convinto, un avvocato che ha (giustamente) difeso soggetti tra i più disparati: dalla famiglia di Carlo Giuliani, a De Benedetti a Öcalan. Tutto, fuor che un giustizialista rivoluzionario e forcaiolo.

Avvocato, figlio di avvocato. Prototipo di quel classismo autoreferenziale tanto vituperato negli ambienti sinistrorsi.

E, ancora, come dimenticare le vicende che hanno coinvolto sua moglie e relative all’assegnazione a quest’ultima, a prezzi agevolati, di un’unità immobiliare di proprietà del Pio Albergo Trivulzio?

Quali sono le caratteristiche proprie dell’uomo della sinistra che Pisapia ha inequivocabilmente comunicato ai propri elettori e grazie ai quali è stato possibile sconfiggere il mostro berlusconico?

Di che sinistra stiamo parlando?

Forse di quella di Vendola, cui lo Stesso Pisapia dice gentilmente di chiudere il becco quando in visita a Milano?

Ha vinto il buon senso della gente, che ha deciso di provare a dare una possibilità ad una persona che si è proposta nella maniera corretta. Ha vinto la borghesia come la si intendeva una volta, quella delle famiglie per bene, che conoscono i figli degli amici e che quello là è un bravo ragazzo.

Chi canta, oggi, Bandiera Rossa, chi parla, oggi, di statalismo, di liberazione, di Vittoria, chi ha festeggiato, ieri, con certi toni e con certi tic, dimostra di avere capito poco o nulla di quello che è successo e rischia davvero, con questi atteggiamenti, di allontanare da sé proprio chi ha permesso questa vittoria. Rischia insomma, di dover aspettare ancora molti anni prima di tornare in piazza di nuovo.

Current si salvi da solo

E’ storia degli ultimi giorni la decisione di Sky di cancellare dal proprio bouquet il canale Current TV.

Tutta la dietrologia sorta sulle motivazioni che hanno portato l’emittente televisiva a decidere di eliminare dalla propria offerta il canale di informazione fondato da Al Gore, si concentra sul presunto ruolo che Rupert Murdoch avrebbe giocato al fine di eliminare quella che viene da molti ritenuta una testata scomoda per gli interessi politici dell’imprenditore australiano.

In sostanza il mandante del killeraggio di Current sarebbe proprio Murdoch che, per non ben identificati motivi – si va dalla volontà di aggraziarsi Silvio Berlusconi al fine di favorire lo sbarco di Sky sul digitale terrestre, all’indigesta assunzione da parte di Current U.s.a. del giornalista Keith Olbermann, appena cacciato dalla stesa Sky – avrebbe intimato alla filiale italiana del suo network di epurare la sua offerta dalla presenza dell’odiato canale.

Quale che sia il motivo, due cose paiono non essere chiare fino in fondo.

Innanzi tutto, non si comprende dove sbagli l’editore che decida coscientemente di dare un dato indirizzo al media che produce.

Sky è una società privata, riconducibile nella proprietà a più soggetti che hanno come principale interesse quello di fare profitto.

E’ il capitalismo, ideologia cardine di quella stessa nazione di cui Al Gore ha cercato invano di divenire presidente.

Le tv di Murdoch si sono dichiaratamente espresse in senso negativo rispetto dell’attuale presidenza Obama – nota è la querelle tra quest’ultimo ed il canale Fox – e nel 2010 gli organi di stampa americani hanno diffuso la notizia di un cospicuo finanziamento elargito da parte dello stesso magnate al partito repubblicano per mezzo della società, ad esso riconducibile, News Corporation.

Il tutto sebbene nel 2006, lo stesso Murdoch avesse gestito un fondo per la raccolta di finanziamenti per la campagna elettorale dell’allora senatrice Hilary Clinton, candidata nuovamente al senato.

Si tratta di un’attività di lobbying che è parte integrnate del sistema politico americano.

Nessuno si scandalizza per questo negli Stati Uniti e non si comprende perchè qualcuno lo debba fare in Italia.

Murdoch non ha più interesse a produrre Current TV, quali che siano gli specifici motivi, e nessuno può muovere alcun appunto a questa scelta.

Secondariamente, ciò che ci pare davvero incomprensibile, è l’ostinazione con cui i membri della redazione italiana del canale di informazione ed intratenimento stanno cercando di rimanere a bordo di un treno che palesemente va in una direzione incompatibile con quella che quelle stesse persone hanno rappresentato finora di voler intraprendere.

Se il giornalismo libero è davvero la bandiera che questi signori vogliono portare in alto nel loro percorso professionale, come pensano di poter lavorare ancora – e come sono riusciti a farlo finora – per un network privato, dalle dimesnioni e dagli interessi necessariamente particolari e diversi da quelli che loro vogliono tutelare?

Perchè non rafforzare l’offerta su internet?

La redazione c’è già, il “costo di avviamento” è già stato sobbarcato dalla stessa azienda che proprio oggi li sta rinnegando, perchè non prendere armi, bagagli e sponsorizzazioni e piantare definitivamente le tende nel mondo della libera informazione?

E’ evidente che i soldi fanno comodo a tutti, che chi ha deciso di fare il giornalista non ha scelto di fare l’imprenditore (e non è detto neppure che ne sia capace).

Ma illustri testimonianze, proprio di questi tempi, stanno a dimostrare che la cosa è possibile ed anzi, molto spesso è in grado di dare un tornaconto, a livello di immagine e di attendibilità percepita da parte dei lettori, che nessun emittente, nessuna televisione è in grado di dare.

Il pubblico di Current è in grado di sopportare un passaggio del genere e l’intera offerta potrebbe addirittura risentire in maniera positiva di una decisione di questo tipo.

Si salvi da solo Current e lasci petizioni e raccolte di firme ad un mondo e a generazioni che nel giro di pochi anni saranno inevitabilmente sopraffatte dalla storia.

Comunali Milano 2011

E così tra poco si va a votare.

Talmente poco che resta soltanto qualche giorno per sparare le ultime minchiate e vedere l’effetto che fa, talmente poco che ci tocca rigirare mezzo web per cercare di avere una qualche notizia su chi si candidi e quali sostanze psicotrope abbia assunto nelle ultime ore.

Non sappiamo quale sia la situazione nelle altre città ma, per quanto riguarda Milano, l’evento elezioni sta dando ancora una volta riprova – qualora ce ne fosse bisogno – della siderale distanza esistente tra la classe politica tutta (anche quella che aspira a divenire tale) e la gente comune.

Che dire comune viene da ridere: la gente tutta.

La gente, le persone, quelli che vivono nelle città, che la dovrebbe definire con il voto.

Prima di qualsiasi considerazione ed esmplificazione, annunciamo magno cum gaudio di essere finalmente riusciti a scoprire a che Zona appartenga la via in cui abitiamo.

Già, perché, se per caso la strada in cui risiedete ha la sfortuna di essere a cavallo tra una circoscrizione ed un’altra, è praticamente impossibile sapere con certezza a quale delle due appartenga l’indirizzo di casa vostra.

La soluzione del problema passa per il più classico dei metodi a tentoni: scrivere il nome della via che vi interessa, seguita dalla parola “zona”, su Google, barcamenandosi poi tra i risultati dalla dubbia attendibilità che sono restituiti.

Risolto (forse) il problema, rimangono irrisolti interrogativi: chi fa cosa? Per chi? Dove?

Nel nostro quartiere ci sono dei problemi, vogliamo sapere come si propone di risolverli chi si accinge ad essere votato (anche da noi).

Salvo non abbiate un sacco di tempo libero la soluzione più veloce è quella messa a disposizione dal sito del Comune di Milano, dove potete trovare l’elenco completo di tutti i candidati Zona per Zona, comprensivo di link ipertestuali diretti a brevi descrizioni di ognuno di essi.

Alcune di queste meritano un momento di attenzione.

Sara Brusa, ad esempio, ha 29 anni ed è candidata per il Pd ad essere eletta consigliere di Zona 6:

«Mi dicono zona 6 e penso:

Ai giovani e a difendere i loro spazi di socialità reale.

Le modalità di socializzazione stanno cambiando rapidamente. Ora c’è internet con i suoi popolarissimi social network (facebook, twitter, ecc) che propone relazioni solo virtuali.

Sembra infatti che la struttura stessa della relazione virtuale in rete si sostituisce velocemente alle vecchie forme sociali di relazione. Significa che i ragazzi non solo passano più tempo davanti a un computer che in giro per il quartiere e la città, ma quando stanno insieme si comportano come quando stanno al computer: non più relazioni, ma contatti.

Alla relazione tra le persone come unica ricchezza che può realmente aiutare a non avere paura e ad uscire dalle case attraverso la partecipazione attiva alla vita della zona.

Queste politiche della “falsa sicurezza” che riempiono la città di telecamere e forze dell’ordine non fanno altro che rinchiudere le persone dentro casa, davanti alla televisione.

Milano e, sopratutto i quartieri popolari, fino a 40 anni fa erano il luogo dell’accoglienza e della socialità. Tutti si conoscevano e l’aiuto reciproco veniva da se: la vita era davvero comunitaria.

E’ necessario riattivare questi stili di vita attraverso il coinvolgimento degli abitanti a partecipare ad iniziative pensate e create con loro per arrivare poi alla reale partecipazione alla vita del quartiere.

Bisogna riappropriarsi dei luoghi pubblici della zona: piazze, parchi, cortili per farli rinascere e ad avere di nuovo spazi comuni in cui vivere meglio e sentirsi davvero sicuri.

Agli abitanti delle case popolari che vivono nel degrado e e nella solitudine, ghettizzatati e abbandonati dalla pubblica amministrazione.

In giambellino le case popolari sfitte sono 300 su 3.000 appartamenti disponibili. Le domande che ogni anno compongono le liste di attesa sono 20.000…

Il problema della città di Milano e nello specifico della zona 6, ricca di case di edilizia residenziale pubblica, è LA CASA.

Basta passare da via Lorenteggio per capire che non si interviene sulla qualità delle case da molti anni. Se entriamo in un cortile e osserviamo le scale o la gestione della raccolta differenziata organizzata a cielo aperto, ci accorgiamo subito dello stato di abbandono in cui versano le parti comuni dei caseggiati.

E’ chiaro che Aler Milano porta avanti una cattiva gestione del suo patrimonio edilizio che è pubblico, quindi di tutti e per questo va difeso e tutelato.»

Facebook, Twitter, i popolarissimi social network.

Se solo gli abitanti della Zona 6 – i giovani in particolare – usassero un po’ di meno l’internet, un po’ meno le telecamere.

E sia chiaro: pubblichiamo anche l’inciso sulle case popolari per mera correttezza informativa e per non prestare il fianco a facili critiche.

Quattro minchiate populiste non sono in alcun modo in grado di compensare le madonne che abbiamo tirato leggendo i primi due paragrafi.

Anche Bruno Salò, candidato, a divenire in contemporanea consigliere per la Zona 4 e per la Zona 6, con la Lista Civica Moratti per Pisapia, individua con chirurgica precisione le problematiche (e soprattutto le relative soluzioni) delle circoscrizioni di cui vuol essere rappresentante:

«Perché mi candido

Ho scelto di candidarmi alle elezioni per il Consiglio di Zona 4 e Zona 6 di Milano,per la Lista Civica Milly Moratti per Pisapia, perché, innanzi tutto, sono un convinto sostenitore dei valori dell’uguaglianza sociale ed economica di tutti i cittadini, perché penso che il ruolo degli eletti in ogni ambito debba essere quello di ridurre il più possibile gli ostacoli economici, sociali, culturali che impediscono il raggiungimento della dignità della persona e la piena realizzazione della libertà di ciascuno.
Questi sono i valori che il nostro progetto politico persegue, attraverso la battaglia per il carattere pubblico dei beni comuni, come l’acqua, attraverso l’impegno per il mantenimento del carattere pubblico dell’istruzione e delle politiche energetiche, attraverso la lotta per la legalità, contro l’ingerenza delle mafie che nella nostra città hanno infestato l’economia e la società.

Infine sono convinto che la politica debba ritornare alla gente comune e non essere uno strumento in mano a pochi professionisti».

Contro l’ingerenza delle mafie, per la pace nel mondo e la cessazione di ogni conflitto.

Per la risoluzione della questione palestinese e per l’amicizia tra i popoli.

La famiglia Moratti, tra l’altro, rappresenta notoriamente un baluardo politico in tema di uguaglianza sociale ed economica.

Anche ai big – ai candidati alla carica di consigliere comunale – non mancano di certo le idee.

Santino Clemente, ad esempio, per Il Popolo della Libertà Berlusconi per Letizia Moratti, pone il programma al centro di tutto:

«Perché mi candido

Sono nato 32 anni fa, vivo e lavoro a Milano.

Laureato in Scienze Aziendali con tesi in Organizzazione e Management, sono direttore generale in una società di servizi operante in ambito nazionale ed internazionale.

Nel corso degli anni ho maturato importanti esperienze, in qualità di amministratore delegato, componente di consigli di amministrazione ed azionista, in numerose società, nel campo della telefonia, della ristorazione, della pubblicità e nei settori finanziario, societario ed immobiliare.

Mi occupo di politica fin da giovanissimo, maturando esperienze che hanno contribuito a rendermi un interlocutore ritenuto affidabile e costruttivo, in grado di concretizzare idee, rendendole azioni, avvalendomi di collaboratori affidabili affinchè gli obiettivi perseguiti siano sempre frutto di un lavoro di squadra, condiviso e, anche in virtù di questo, partecipato.

Dal 2001 al 2003 sono stato assistente parlamentare, presso la Camera dei Deputati.

Dal 2003 al 2006 ho collaborato con l’allora Ministro delle Politiche Agricole e Forestali, on. Gianni Alemanno, in qualità di Consigliere e coordinatore dei rapporti con le categorie, le associazioni di settore e delle manifestazioni fieristiche.

Nel 2004 ho collaborato con l’Assessore all’Istruzione e all’Edilizia Scolastica della Provincia di Milano, oggi Deputato al Parlamento, On. Paola Frassinetti, esercitando il ruolo di consulente dell’Assessore e di coordinatore dell’area comunicazione.

Dal 2009 sono membro della segreteria politica del Consigliere Regionale della Lombardia, Angelo Giammario, Delegato del Presidente Formigoni alle relazioni con l’area metropolitana di Milano.

Nonostante la giovane età, ho avuto modo di occuparmi in maniera diretta di gestione ed amministrazione di importanti società, tra le quali Fiera Milano Congressi SpA ed enti pubblici come l’Automobil Club d’Italia di Milano, acquisendo esperienze in campo organizzativo e rappresentando e tutelando gli interessi generali dell’automobilismo italiano.

Impegnato in attività di volontariato, da sempre vicino ai più deboli ed agli emarginati, ho dedicato tempo e risorse a supporto di numerose associazioni attive sul territorio milanese.

Amante degli animali, promotore da tempo di numerose iniziative volte a sensibilizzare tutte le battaglie per la loro tutela, collaboro con enti ed associazioni dedicate.

Aderisco ad Alleanza Nazionale, ne divengo dirigente provinciale e membro dell’esecutivo cittadino con delega alle attività produttive, per poi contribuire con entusiasmo e convinzione alla nascita del PDL.

Solo dopo tanti anni di militanza, intrisa di passione e sacrifici, ritengo sia giunto il momento di mettere al servizio dei cittadini del Comune di Milano, le competenze maturate e la mia sensibilità e predisposizione a seguire con impegno ed attitudine le tematiche che più stanno a cuore ai milanesi: l’infanzia, gli anziani, il traffico, i giovani, il diritto alla casa, il diritto al lavoro, il diritto, in generale, alla dignità della persona.

Hai la possibilità, quest’anno, di esprimere una preferenza sulla scheda elettorale.
Hai la possibilità, stavolta, di far contare il tuo voto.
Hai la possibilità, finalmente, di sostenere idee che diventano azione!

Il 15 e 16 maggio, barra il simbolo del PDL e scrivi CLEMENTE»

Ma neppure chi fa della politica rappresentativa la propria bandiera pare essere in grado di proporre idee e programmi concreti e realmente vicini a quelle che si presume possano essere le reali problematiche della gente.

Il forum del Movimento 5 Stelle, ad oggi, vede, come ultimo post, una pubblicazione del febbraio 2011, mentre il sito del Movimento 5 Stelle di Milano è una macchina spara tutto su questioni che vanno dall’energia nucleare al Parlamento pulito.

Dopo che abbiamo detto no al nucleare possiamo togliere le macchine dal marciapiede sotto casa, per favore?

Chi cazzo è che fa politica in questo Paese? A cosa pensa? Dove vive?

C’è una con un sorriso tatuato che ci manda libri a casa e un altro che organizza concerti davanti alla Stazione invitando a suonare gente di cui certamente non conosce neppure il nome.

Nessuno parla di programmi, di cose concrete, di fatti.

Se qualcuno ha qualche notizia, al riguardo, si faccia avanti! Ci illumini!

Noi intanto cerchiamo la tessera elettorale.

Lì dovrebbe esserci scritto con certezza a che cazzo di circoscrizione appartiene casa nostra.